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11 competenze per avere successo quasi in tutti i campi

Cosa ci vuole per avere successo?

C’è chi dice che per avere successo occorre avere “Attitudini positive” e “Pensiero positivo”!
Di sicuro le persone positive raggiungono molto più facilmente i loro obiettivi ma, per avere successo penso che non sia sufficiente ! Essere positivi è un prerequisito necessario ma non sufficiente per raggiungere il successo nella vita.

C’è chi sostiene che per avere successo occorra affidarsi alla legge di attrazione!
Be’ anche questo va sicuramente molto bene! Credere nella legge di attrazione è importante in quanto allinea i pensieri della nostra mente e ci sprona ad agire. Tuttavia c’è da ricordarsi che, senza l’azione, la legge dell’attrazione fa ben poco da sola!

Se te ne stai comodamente seduto, sulla tua poltrona preferita nel tuo salotto, a pensare e ripensare al tuo conto in banca e al lavoro dei tuoi sogni senza poi fare nulla, dubito sinceramente che riuscirai mai a materializzare qualcosa di buono.

In tanti definiscono il successo come il risultato di scelte ed azioni ispirate e consapevoli. Per la maggior parte degli autori, l’ispirazione è importante ma l’azione lo è ancora di più. Altrimenti come si farebbe a dare seguito a questa benedetta ispirazione?

Tante volte mi sono chiesto :”ma se volessi fare un elenco di cose che davvero servono per avere successo nella vita, cosa ci dovrei inserire?” e se qualcuno volesse organizzare un corso per il successo quali competenze questo “super corso”, dovrebbe aiutare a sviluppare?

Nella nostra vita professionale ognuno di noi si troverà a cambiare anche spesso il suo lavoro. Quello che apprendiamo in un contesto lavorativo non è detto che sarà utile anche in altri. Occorre, quindi, identificare delle competenze chiave, nello sviluppo delle quali investire, che abbiano un carattere trasversale cioè, che ci permettano di capitalizzare le esperienze fatte.


goleman avere successoDaniel Goleman
nel suo capolavoro “lavorare con l’intelligenza emotiva” (di cui trovi una recensione a questo indirizzo http://www.professioneformatore.it/carriera-2/lavorare-con-lintelligenza-emotiva/) , ha dimostrato con numerose ricerche, che in molti casi le competenze tecniche non sono una discriminate per il successo ma, solo un requisito di accesso a determinate posizioni. Diversamente le competenze trasversali fanno la reale differenza nella costruzione del successo di un individuo.

Ti faccio un esempio in modo che ti si più chiaro questo assunto formulato da Goleman: Per entrare in un gruppo di progetto ITC, essere un buon ingegnere e capirne di programmazione , è importante ma è solo un requisito che viene richiesto in fase pre-selettiva ai candidati, mentre la capacità di lavorare in gruppo e di saper vendere le proprie idee farà successivamente la reale differenza tra chi farà carriera e chi non la farà!

Nel gruppo di lavoro che si andrà a costituire infatti si presume che tutti siano ingegneri ma, solo chi dimostrerà di possedere qualcosa in più degli altri otterrà posizioni di maggiore prestigio e responsabilità.

Detto questo la domanda è sempre la stessa : “esiste un gruppo di competenze che garantiscano in ogni contesto lavorativo il successo professionale? E se si quali sono queste competenze utili ad avere successo?”

Alcune di queste competenze utili al successo, le apprendiamo a scuola e all’università (ben poche e non tutte quelle di cui abbiamo realmente bisogno) come la logica, la flessibilità di pensiero, la matematica, altre ci vengono insegnate sul lavoro, altre ancora le dobbiamo imparare dalla nostra esperienza di vita.

In questo articolo ho raccolto una lista di competenze a carattere trasversale che aiuteranno chiunque di andare avanti praticamente in ogni campo professionale, dal gestire una attività in proprio, all’essere presidente di un club di bocciofili.

Questa lista sarà utile sia a chi intende eccellerete sempre nel suo lavoro e sia a chi, occupandosi di formazione professionale, intende progettare un corso o un master per il successo.

1. Public Speaking

paura di parlare in pubblico immagine disegnataL’abilità di parlare chiaramente, in maniera persuasiva ed energicamente, di fronte ad un uditorio di due o più di persone è una delle competenze più importanti che dovrebbe sviluppare chi intende avere successo nella vita.

Le persone che sono efficaci comunicatori sono più a loro agio con se stesse e si mostrano agli altri come persone attraenti e degne di fiducia.

Diventare abile nell’arte del parlare in pubblico, significa sviluppare l’abilità di vendere ogni cosa: prodotti, idee, punti di vista, e anche se stessi. Il che significa avere più opportunità per se, più occasioni di avanzamento di carriera , clienti sempre più interessanti, e crescenti opportunità di business.

Prima o poi, può capitare a tutti di dover parlare in pubblico. Può accadere per motivi di lavoro, a scuola, all’Università, in politica, in un a riunione di condominio o semplicemente in un gruppo di familiari durante una festa. Bene! Le persone che sanno parlare apertamente e convincere un intero gruppo di persone hanno molte più opportunità degli altri, e non passano certo inosservate.

Ho una buona notizia per te : Se sei interessato ad approfondire il public speaking puoi cominciare sin da ora a sviluppare questa competenza gratuitamente iscrivendoti al primo corso per email di public speaking di www.professioneformatore.it a questo indirizzo web . È gratuito, ti arrivano le dispense comodamente nella tua posta elettronica ogni 4 giorni e ti porta tanto valore. Per ottenere risultati tu devi solo studiartelo.

L’ho preparato io tempo addietro e l’ho messo a disposizione di tutta la comunità degli iscritti a professione formatore che come sai è una comunità di appassionati di formazione professionale.

2. Scrivere in maniera efficace

Scrivere bene offre molti vantaggi in comune con il public speaking.
Bravi scrittori e copywriter sono più efficaci degli altri a vendere prodotti, idee, e loro stessi. Cambia solo il mezzo con il quale sono trasmesse idee ed emozioni.

Cosa intendo quando parlo di saper scrivere in maniera efficace?

Imparare a scrivere bene non significa soltanto essere bravi ad usare le regole della grammatica, così come ci è stato insegnato a scuola da ragazzi ma, implica anche lo sviluppo dell’abilità di organizzare i pensieri in una forma coerente e di presentare il testo sempre più vicino all’esperienza del proprio target di lettori, e rendere quei testi quanto più fruibili e persuasivi possibile.

Considerando l’enorme quantità di testo generato da quasi ogni attività professionale, sia essa esercitata all’interno di un contesto di pubblico impiego che in un contesto lavorativo di natura privata, una persona capace di padroneggiare l’arte della scrittura può aspettarsi di trovare nel corso della sua carriera tante porte aperte in quasi ogni campo di attività.

Se sei interessato ad approfondire il copywriting puoi cominciare sin da ora a sviluppare questa competenza clicca qui per saperne di più. Italo Cillo ha preparato un videocorso davvero eccezionale sul copywriting.

3. Self-Management (gestione personale)

Considerando che “ottenere successo” dipende dalle effettive azioni che compiamo ogni giorno, bisogna sapere che queste sono determinate dalla nostra capacità di focalizzare l’attenzione dove ce ne è più bisogno quando ce ne è più bisogno.

Siamo il risultato delle nostre abitudini! Abitudini di successo ci porteranno a diventare persone vincenti in ogni campo della vita.

Gestione personale vuol dire avere la capacità di prendere impegni con se stessi e con gli altri e di saper portarli a termine, rispettando scadenze e aspettative.

Gestione personale vuol dire anche saper allocare in maniera efficiente il tempo che è poi la nostra vera risorsa strategica.

Puoi cominciare a sviluppare questa competenza partendo proprio dalla gestione del tempo ora gratuitamente scaricando il report 20 consigli di time management da questo indirizzo http://www.professioneformatore.it/time-management/

Anche questa risorsa è gratuita e messa a disposizione di tutta la comunità degli iscritti a professioneformatore.it

Inoltre posso suggerirti di acquistare il capolavoro di Leo Babauta “Zen To done” tradotto in italiano da Leonardo di Paola e Viviana Taccione , Costa solo 9,70 ma il suo valore è ben più elevato.

4. Social Networking

Quando parlo di social networking non parlo di facebook ma intendo riferirmi alla scienza  della gestione delle relazioni personali.

Il Network personale è la rete di contatti formata da tutte le persone che conosci, dai parenti più prossimi fino ai conoscenti più lontani.

Il social networking altro non è, che l’arte di coltivare ed accrescere costantemente questa rete. In altre parole è l’arte di conoscere nuove persone, farseli amici e sviluppare attività in comune. Il social networking è forse l’attività più bella del mondo perché ci consente di lavorare divertendoci.

Ti dirò di più, la capacità di costruire relazioni non è utile soltanto quando dobbiamo cercarci un lavoro o trovare nuovi clienti. In un’economia dominata da idee e innovazioni il networking crea il canale attraverso il quale le idee fluiscono e nel quale ne vengono generate di nuove.

In una rete di grandi dimensioni, coltivata con cura, i legami non sono solo una somma di conoscenze, ma un insieme di relazioni che genera idee ed opportunità e quei rapporti esprimono un valore che è molto più della semplice somma delle loro parti.

L’interazione tra le diverse parti rende possibile lo sviluppo di innovazione e creatività e fornisce il sostegno per coltivare nuove idee fino a quando non sono realizzate.

Se sei interessato allo sviluppo di questa competenza ti anticipo  che prevedo di pubblicare qualche risorsa gratuita sul networking (in realtà la sto già preparando da tempo) per il mese di settembre quindi se ti capita, torna a leggere questo blog e se ti iscrivi alla news letter sarai automaticamente aggiornato su tutte le novità pubblicate sul questo sito).

5 . Creatività

Essere creativi è la capacità di risolvere problemi con nuove idee e di saper individuare nuovi modi di fare le cose.

In molti erroneamente credono che la creatività non sia una competenza ma una virtù che si acquisisce alla nascita che serve per lo più solo ad artisti, pittori, scultori, musicisti etc. etc.

La creatività è una competenza come tutte le altre. Su questo blog già in passato si è parlato di creatività e si è discusso se questa dovesse essere considerata o meno una competenza acquisibile e coltivabile (se ti interessa approfondire leggi questo articolo http://www.professioneformatore.it/generale/la-creativita-e-una-competenza-misurabile/). In questa sede non mi dilungherò sul tema della natura della creatività.

In questo articolo mi limito a dirti che sviluppare la creatività può aiutare notevolmente  a migliorare la qualità delle tue relazioni con altri in quanto ti consente di valutare sempre nuovi punti di vista e di proporre nuove soluzioni a problemi vecchi. La creatività ci aiuta anche a guadagnare di più, a lavorare meglio e a soddisfare nuove esigenze dei nostri clienti.

Tutte le persone di successo, tutti i cantanti e gli attori famosi, gli scienziati famosi, i personaggi importanti della storia, le grandi multinazionali dei nostri giorni, devono il loro successo alla loro creatività. Pensaci anche solo per un momento. Il successo, il vero successo, si ottiene solo proponendo nuove soluzioni, nuove ipotesi, nuovi personaggi, nuove interpretazioni.

Le persone, le aziende e i personaggi di successo, hanno tutti fatto “cose nuove” o hanno scoperto nuovi modi per fare le stesse cose che facevano gli altri.  Di conseguenza, la gente ha preso atto della loro novità e ha cominciato a seguirli. Pensa ad Adidas, Coca Cola, 3M, Heinz, Ferrari etc etc tutti si sono distinti grazie alla loro creatività.

6. Pensiero critico

Viviamo nella società dell’informazione. Ogni giorno siamo esposti a centinaia, se non migliaia, informazioni in più rispetto a quanto lo potevano essere i nostri nonni .

Non so se ci hai fatto mai caso ma vorrei chiederti : “quante ore passi su internet a cercare le informazioni giuste?”.
Internet oggi è una fonte di informazioni di inestimabile valore. Possiamo sapere tutto di tutto ma, quante delle cose che leggiamo, quando facciamo una ricerca on line, sono davvero utili a quello che stiamo facendo ora. Ricordi il vecchio adagio “il tempo è denaro“? Troppe informazioni potrebbero farci perdere tanto denaro!

Quanto tempo impieghi per valutare se una informazione ti è utile ora o se ti potrà essere untile in futuro o se è completamente inutile?

Essere in grado di valutare tali informazioni, discernere tra quelle potenzialmente preziose, e quelle inutili e banali, analizzare la loro importanza e comprenderne appieno il significato, in riferimento ad altre informazioni, è una competenza di cruciale importanza.

Saper gestire le informazioni è una competenza realmente importantissima. Gestire l’informazione con senso critico è una competenza tristemente insegnata poco.

Nel momento storico che stiamo vivendo chi riesce a padroneggiare questa abilità può aspettarsi in brevissimo tempo di distinguersi facilmente dalla massa e fare una brillante carriera.

7. Matematica

Quando parlo di matematica in una qualunque aula di formazione il 90%dei partecipanti salta sulla sedia pensando ai noiosi problemi di geometria delle scuole superiori.

Se può confortarti, non devi essere in grado di risolvere equazioni ed integrali per avere successo nella vita.

Ho conosciuto tantissime persone di successo che non avevano la minima idea di cosa servisse il teorema di Pitagora.

Tuttavia, la matematica è la scienza più immediata per sviluppare una mente critica e un pensiero analitico.

La capacità di lavorare rapidamente con figure nella propria mente , per fare stime approssimative ma abbastanza precisa, è una competenza fondamentale che ti ritornerà spesso utile, per valutare spazi proporzioni pesi e valori.

Conoscere le regole base della logica matematica e le basi dell’insiemistica è alla base di una mente elastica e orientata all’analisi dei problemi. Infine capire concetti come “interesse”, “interesse composto” e la statistica di base ti dà un grosso vantaggio sulla maggior parte delle persone.

Credimi faccio tantissimi corsi e quando parlo di percentuali la gente mi guarda come se stessi parlando in arabo. Per non parlare dei concetti di media e mediana.

Tutte queste abilità e conoscenze ti aiuteranno ad analizzare i dati in modo più efficace e più rapidamente, conoscendoli sarai in grado di prendere decisioni migliori sulla base di una analisi approfondita, razionale e dettagliata dei dati disponibili.

Se pensi di avere problemi con la matematica pensa a quello che diceva Albert Einstein (1879-1955):

Non preoccuparti delle difficoltà che incontri in matematica, ti posso assicurare che le mie sono ancora più grosse.

8. Lingua inglese

Forse questa me la potevo anche risparmiare, considerando quanto è ovvia! Te lo dico senza mezzi termini: Se non conosci l’inglese sarai per sempre fuori da un sacco di cose !  L’Inglese lo parlano quasi due miliardi di persone nel mondo.

Non venirmi a raccontare che oggi nel mercato globale sono importanti anche lingue come lo spagnolo il francese e il cinese , perché se non sai prima l’inglese non vai da nessuna parte.

L’Inglese non solo è la lingua ufficiale di Regno Unito, Australia, U.S.A., Canada, Irlanda, Nuova Zelanda ed i Paesi Caraibici di colonizzazione britannica ma, è anche la lingua straniera più parlata in Europa del Nord, Cina, Russia, India, Giappone, America latina e in molti altri paesi dell’Asia, e dell’africa, ed è anche usato come lingua ufficiale da moltissime organizzazioni internazionali.

Pensi che un ragazzino cinese studi il francese l’italiano o il tedesco a scuola ? No per niente. In Cina, come in quasi tutto il mondo si studia l’inglese come lingua straniera. Al mondo ci sono più cinesi che parlano inglese come seconda lingua delle persone che parlano inglese negli Usa. Infatti, 320 milioni di persone in Cina , più dell’intera popolazione degli Stati Uniti, hanno meno di 14 anni e studiano tutti l’inglese imparando più di 500 vocaboli all’anno!

Altro motivo per parlare bene l’inglese è che le migliori università del mondo, secondo le varie classifiche delle università mondiali http://www.topuniversities.com/university-rankings/world-university-rankings, sono in Paesi dove si parla l’Inglese. Tutte le informazioni di valore che circolano oggi nel mondo, i migliori studi e ricerche di mercato e tutto il materiale tecnico è scritto in inglese. Ma più di ogni altra cosa conoscere l’inglese è importante perché l’Italiano lo parlano solo gli Italiani.

9. Ricerca delle informazioni


Nessuno può sperare di sapere tutto nella vita
! È un illusione pensare anche di conoscere solo una piccola frazione del tutto in maniera completa ed esaustiva. Anche all’interno del tuo campo di attività, è probabile che ci siano molte più che non si sai di quelle che sai. Avere la pretesa di dover imparare tutto è uno stupido atto di superbia che non porterà mai nessuno lontano.

Non c’è bisogno di sapere tutto per avere successo ma, piuttosto, si dovrebbe essere in grado di sapere reperire in modo rapido, indolore ed economico le informazioni di cui si ha bisogno.

Questo significa che bisogna diventare esperti ad usare Internet in modo efficace ed efficiente, ad usare una biblioteca pubblica, a leggere in modo produttivo e soprattutto selettivo, e a sfruttare la propria rete di contatti per reperire informazioni.

Infine, quando si è diventati esperti nell’uso di questi strumenti informativi è opportuno sviluppare la capacità di individuare all’occorrenza, in funzione della tipologia di informazione che si cerca, il tipo di ricerca più efficace ed efficiente.

Ti faccio un esempio: “se hai bisogno di una informazione in merito a materia di natura fiscale, è inutile perdere mezza giornata a leggere milioni di pagine internet sulla ultima novità fiscale proposta dal governo.

Il tuo tempo può essere utilizzato in maniera più produttiva facendo ben altro. Trovati, piuttosto, un buon commercialista e chiedi a lui. Al giorno d’oggi tutti noi abbiamo, nella nostra rete di contatti, diretti o indiretti (amici degli amici) un professionista per ogni occasione Fai un paio di telefonate e risolvi il problema subito!

10. Gestione dello stress

Quante volte ti dici : “mi sento un tantino stressato“? Quante volte ti sei detto, anche con un po’ vanto, “sono così impegnato che non ho un attimo di tempo libero“. Semmai ti sei sentito anche un gran figo a formulare frasi del genere, magari quando hai dovuto rifiutare un invito al cinema, o una passeggiata al mare con gli amici: “non ho tempo da perder io ! Ho delle responsabilità!”

Bene vorrei che considerassi una cosa: Lo stress non solo ci uccide, ci fa sentire stanchi spossati e indolenti verso le attività lavorative ma, cosa ancora più grave ci porta ad impoverire la nostra capacità di scelta, ad impoverirci nel pensiero, ad impoverirci nelle relazioni e nella gestione delle occasioni di socializzazione. Lo stress ci impoverisce in tutti gli aspetti della nostra vita. Lo stress ė una palla al piede. Consideralo come una ingente rata di un mutuo.

Quindi sappi che non riuscire a rilassarsi, annulla gli effetti positivi di almeno tre delle competenze citate in questo elenco – e fa anche tanti altri danni.

Inoltre, se lavori sempre da solo fino allo sfinimento, al fine di tenere il passo con la concorrenza, non conservando alcuno spazio per te, per goderti i frutti del tuo lavoro, sappi che quell’esperienza che stai vivendo non è veramente “successo” ma una prigione. Forse una prigione dorata, ma pur sempre una prigione.

Rilassarsi significa avere l’opportunità di ricaricare le batterie ed attingere a risorse anche nascoste. Essere in grado di affrontare le crisi con la tua forza d’animo, con la tua fiducia in te stesso e nel modo più produttivo è forse la cosa più importante in questa lista.

Sviluppa la capacità di rilassarti !

11. Principi di contabilità

Nella società in cui viviamo poche sono le certezze! una di queste è che i soldi sono davvero necessari.
Finanche il semplice piacere di abbracciare I propri figli e giocare con loro, alla fin fine ha bisogno di soldi per potersi realizzare. A meno che tu non abbia trovato il modo per sopravvivere di sola aria questa é una competenza fondamentale.

Saper tenere traccia delle spese e delle entrate è una cosa importante già soltanto per sopravvivere ed arrivare alla fine del mese, figuriamoci quanto possa servire per poter crescere e prosperare.

Inoltre, i principi di contabilità si applicano più in generale a cose come : il monitoraggio del tempo speso in un progetto o per stabilire se il valore di una attività supera il suo costo in termini finanziari di, tempo e fatica.

Che altro?

Sicuramente ci sono molte altre competenze importanti per raggiungere il successo. non ho la presunzione di essere esaustivo del resto non passo il mio tempo libero a casa di Bill Gate a insegnargli cosa deve fare.

Piuttosto mi farebbe piacere sapere tu cosa ne pensi di tutte queste cose!
Secondo il tuo parere cosa manca a questa lista?

C’è qualcosa che ho dimenticato?

In base alla tua esperienza quali sono le competenze che andrebbero aggiunte?

E quali, di queste hai ignorato fino ad oggi?

Ti ringrazio sin dea ora per i commenti che vorrai lasciarmi !

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Carriera Comunicazione Professione Soldi

Copywriting: Il potere delle parole

Copywriting : il potere delle parole

Cerchi una competenza che da sola può migliorare notevolmente la tua vita?

Il copywriting è quello che fa per te!

Cambia le tue parole e cambierai la tua realtà” dice un vecchio adagio .

Questo video mi piace tanto perché  ha la capacità di comunicarci un semplice concetto :

Le parole sono importanti e saperle usare lo è ancora di più .

Ti faccio una piccola domanda :

Ti sarebbe piaciuto essere nei panni della ragazza che vedi nel video?

Come pensi ti sentiresti se avessi la capacità di trasformare la realtà delle persone scrivendo semplicemente un paio di parole?

Tante volte nella nostra vita ci dobbiamo confrontare con problemi più o meno gravi. Le parole, usate nella maniera giusta, possono essere di grande aiuto per avviare ogni problema verso la soluzione.

Guarda questo video e ti renderai immediatamente conto di cosa intendo

 

Il copywriting oggi, nella società dell’informazione, è diventata una delle competenze che fanno realmente la differenza sul mercato del Lavoro.

Saper usare bene le parole è un arte paragonabile ad una bacchetta magica, essa ha un grande potere.

Se impariamo a padroneggiare le parole ogni cosa potrà migliorare nella nostra vita.

Avere in pugno l’arte della scrittura “persuasiva”, cioè il copywriting, per un formatore ma anche per un qualunque free lance è davvero fondamentale.

Tuttavia, se anche solo l’idea di scrivere ti dà l’orticaria, ho una buona notizia da darti.
Tutti i segreti del copywriting sono magistralmente svelati in “Scrivere Per Persuadere”, il corso di Italo Cillo sull’arte del copywriting.

Molti, ancora oggi, sottovalutano il potere della scrittura. Ma è un errore che può costare veramente caro, come mostrato in questo video.
Non so se ci hai mai pensato, ma la scrittura è l’unico strumento che hai per far passare i messaggi che ti stanno a cuore ai tuoi clienti. Proprio in questi giorni è possibile avere un estratto gratuito di questo ottimo infoprodotto!
Approfittane subito clicca qui

 

Scrivere per persuadere

Scrivere per Persuadere

Formato: Ebook + Audio + Video

Data Realizzazione: 2009
Autore: Italo Cillo
Link: al prodotto

 

 

 

 

 

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Carriera Professione

Manager in Forma

 

Per tutti i consulenti e formatori e per tutte le aziende che vogliono conoscere le più interessanti e attuali proposte formative una giornata da segnare in agenda: martedì 21 Giugno 2011 ore 13,30-18,30, Milano, Auditorium San Carlo per Manager inForma.

Manager inForma: Professionisti della Formazione a Confronto” è infatti l’evento di Connecting-Managers®, la più grande business community italiana, dedicato a chi offre e chi cerca consulenza formazione. Una vera e propria vetrina dove i consulenti e i formatori potranno presentare i propri corsi di formazione, le proprie aree di competenza ed interagire con un pubblico che vuole crescere professionalmente e personalmente.

Manager inForma: Professionisti della Formazione a Confronto” è un evento che ha già avuto grandissimi riscontri nelle tre edizioni 2010 come occasione esclusiva per coniugare le esigenze di interlocutori differenti. Da un lato infatti consulenti e formatori illustrano le proprie competenze e professionalità con le attuali proposte di corsi; dall’altro le aziende e gli ospiti trovano raccolta una panoramica dell’offerta formativa più aggiornata e di qualità; tutti hanno modo di aumentare le conoscenze e i contatti professionali, stimolare le collaborazioni e far crescere il proprio business.

Il format prevede che i consulenti e formatori scelti abbiano a disposizione circa 20 minuti di tempo per presentarsi alla platea, costituita da rappresentanti aziendali e non solo, ed esporre la propria proposta formativa. Due momenti di Network Drink spezzano l’incontro e diventano momento per fare Marketing Relazionale e scambiare contatti e informazioni con gli interessati.

A contorno della giornata sponsor e media partner alimentano ulteriormente il bacino di opportunità di business con cui entrare in contatto in questo intenso incontro di marketing relazionale.

Luigi Fusco, presidente di Connecting-Managers®, commenta sull’evento: “Questa quarta edizione di Manager inForma conferma il successo di un format che ha coinvolto aziende, consulenti e formatori in modo efficace e innovativo. In un contesto di mercato in cui l’offerta formativa è molto ampia e variegata, questo evento si pone come punto di riferimento per trovare una formazione di qualità.”

Per informazioni

Per informazioni sull’evento e su come parteciparvi come ospite, consulente/formatore o sponsor visita il sito http://www.connecting-managers.com/eventi-e-formazione/manager-informa o

contatta info@managerservizi.com

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Carriera

Trovare Lavoro – piccola guida on line – 2a parte

trovare lavoro

Il curriculum e la lettera di accompagnamento

Nel curriculum vitae si espongono in modo schematico le esperienze del nostro passato scolastico e lavorativo.

Lo possiamo immaginare dunque come una sorta di riassunto selettivo della nostra vita, da stilare con precisione e oggettività. Nel curriculum vitae limitiamoci ad elencare tutte le informazioni che ci sembrano pertinenti per tracciare il nostro profilo professionale; evitiamo invece i commenti e le precisazioni, che semmai potranno trovar posto nella lettera di accompagnamento: se, per esempio, risulta dal confronto delle date che abbiamo impiegato qualche anno di troppo a laurearci, non è il caso di giustificare tale ritardo nel curriculum con ragioni personali e soggettive.

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Carriera

Trovare Lavoro – piccola guida on line – 1a parte

Trovare lavoro

A cura di Luciano Cassese e Michele Barbaro

“Oggi trovare lavoro è diventato un’impresa, o meglio ancora, è diventato un lavoro!” .

Le riforme strutturali degli anni 90 (l’apertura dei mercati internazionali che ha esposto le aziende nazionali alla globalizzazione e le riforme giuslavoristiche che hanno introdotto anche in Italia la flessibilità) e più recentemente la crisi finanziaria che ha portato al fallimento tante aziende spazzando via molti posti di lavoro hanno reso il mercato del lavoro un posto molto competitivo. Inviare tanti curriculum dove capita, oggi, serve veramente a poco.

E’ opportuno pensare a se stessi come ad una azienda ad una specie di S.p.A. che offre un prodotto sul mercato. Anche tu come un’azienda offri un prodotto che è la tua professionalità, e per collocarlo sul mercato in maniera ottimale, è utile che tu inizi a ragionare in termini di Marketing come la società che si chiama “IO S.p.A.” Cosa offri quale è il tuo valore aggiunto? Una volta identificato potrai offrirlo ad una o più aziende!

Per cercare un lavoro è innanzitutto necessario, chiarire a se stessi, quindi, in modo analitico e approfondito, il lavoro che si vuol cercare e definire il prodotto/ servizio che si vuole offrire ai propri datori di lavoro e ai propri clienti.

In seguito dobbiamo chiederci cosa conosciamo del mercato del lavoro a cui stiamo per proporci (o ri-proporci).

Dopo aver delineato i nostri interessi e le nostre risorse personali in termini di formazione, competenze professionali, caratteristiche di personalità e di contesto socio-economico, dobbiamo confrontarci con le reali opportunità che il mercato mette a disposizione.

L’attuale situazione del mercato del lavoro è estremamente complessa, caratterizzata com’è da alcune tendenze di scala mondiale:

  • instabilità, rapidità dei mutamenti e difficoltà delle istituzioni a governare la situazione con politiche che investano sul futuro oltre che affrontare la gestione del presente;
  • internazionalizzazione, intesa come progressivo annullamento dei confini nazionali sia per le aziende e per i mercati finanziari sia per le forze lavoro, con conseguente interdipendenza delle economie di Paesi anche molto distanti fra loro;
  • rapida obsolescenza delle conoscenze e rigidità nella loro diffusione su vasta scala (nonostante i vantaggi della Rete);
  • moltiplicazione e complessa articolazione delle figure professionali, sia a causa della nascita di nuove professioni sia per la commistione di professioni un tempo separate.

Tutte queste tendenze rendono di fatto impossibile una previsione attendibile su cosa accadrà nel medio-lungo periodo; nella vita di ciascuno, di conseguenza, possono creare forte incertezza sul futuro (nei luoghi di lavoro come in famiglia, nel pubblico come nel privato) e rendono molto difficile operare delle scelte.

Quindi, consiglio di non perdere mai troppo tempo alla lettura i dati sul mercato del lavoro e di utilizzarli solo come strumento di informazione territoriale  finalizzato alla raccolta dei dati sulle aziende alle quali intendiamo proporci.

Il posto fisso, soprattutto a seguito della crisi economica e dei cambiamenti in atto ha perso gran parte del suo appeal. Il lavoro stabile, oggi non rappresenta più, come un tempo, l’unica opportunità di crescita professionale. In molti casi un contratto di lavoro da dipendente a tempo indeterminato, può rappresentare un freno alla propria carriera e alle prospettive future.

Con i tempi che corrono, non è per niente detto che le condizioni di vita di un laureato in ingegneria che viene assunto in una azienda metalmeccanica, in termini di reddito e di prospettiva di carriera, siano migliori di un laureato in scienze motorie che decide di fare il personal trainer e lavorare come libero professionista. Anzi semmai è il contrario!

Allo stesso tempo, se abbiamo chiarito i nostri punti di forza, non è detto che i vincoli imposti dal mercato siano insuperabili, soprattutto se abbiamo definito con efficacia un prodotto e un servizio che offriamo e agiamo organizzandoci con altre persone, coinvolgendo la Rete  sfruttando tutte le opportunità già disponibili e sviluppando le nostre risorse.

Se abbiamo un buon piano e una discreta dose di motivazione possiamo raggiungere qualsiasi meta. Non c’è crisi troppo grande che ce lo impedisca. Altro elemento è l’implementazione di un sistema di promozione delle nostra professionalità in linea con gli obiettivi prefissati. Ricordo ancora le parole di un mio professore dell’università che mi diceva “Lucià puoi essere pure o’ Meglio del mondo ma se nessuno lo viene a sapere tu non sarai mai nessuno”.

Elemento fondamentale è quello della definizione di un piano strategico di medio termine, un progetto professionale nel quale definiamo gli obiettivi più importanti, il nostro posizionamento di medio e lungo periodo e le attività di comunicazione. Una volta definito un piano, seguendolo con scrupolosità, otterremo sicuramente buoni risultati. I capitoli che seguono affrontano per punti tutti gli elementi che servono per elaborare, quello che potremmo chiamare un vero e proprio piano di Marketing personale finalizzato alla ricerca del lavoro e al miglioramento continuo della propria posizione professionale.

 

Fermati un istante!Questa Mini-guida alla ricerca di lavoro è un piccolo riassunto, di poche pagine, del mio testo “Lavoro; Trovarlo e cambiarlo anche con questa crisi” disponibile in due versioni Free (gratuita) e Pro (al costo di 5,27 €).  Con taglio pratico ed approccio positivo, il testo offre tanti strumenti di orientamento alle scelte professionali e una serie di spunti per migliorare la propria ricerca, rendendola sempre più efficace.  Se, in questo periodo della tua vita stai cercando lavoro o sei un operatore di orientamento o un formatore nella guida troverai tantissime informazioni utili che ti permetteranno di raggiungere tutti i tuoi obiettivi professionali. Scegli la tua copia ti assicuro che troverai nelle pagine della guida le risorse utili per quello che stai cercando. Link al libro

 

 

Alcune definizioni

Per mercato del lavoro si intende il “luogo” di incontro fra la domanda e l’offerta.

Il fatto che la “merce” in questione sia “il lavoro delle persone” pone già alcuni interrogativi, a partire dal più radicale (il lavoro può essere considerato una merce da comprare, vendere, usare e riciclare come lo sono, per esempio, i computer e le automobili?) per approdare al più immediato: un mercato in cui la merce è il lavoro delle persone, che peculiarità ha? Vedremo come, cercando di rispondere alla seconda domanda, di fatto si an drà inevitabilmente ad affrontare anche la prima.
L’andamento generale del mercato del lavoro può essere definito sulla base della mobilità di alcune categorie. Ogni istituto di ricerca definisce le proprie; qui di seguito farò riferimento esclusivamente a quelle stabilite dall’ISTAT (Istituto nazionale di statistica).
Conoscere la definizione esatta di tali categorie può apparire noioso e inutile; in realtà, aiuta a leggere correttamente il mercato attuale e i dati che ci provengono dai mass media. I termini più importanti che si devono maneggiare sono: occupati, cioè tutte quelle persone di 15 anni e più che nella settimana in cui si svolge la rilevazione ISTAT delle forze di lavoro;

  1. hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura;
  2. hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente;
  3. sono assenti dal lavoro (per esempio, per ferie o malattia). I dipendenti assenti dal lavoro sono considerati occupati se l’assenza non supera tre mesi, oppure se durante l’assenza continuano a perce pire almeno il 50% della retribuzione. Gli indipendenti assenti dal lavoro, eccezione dei coadiuvanti familiari (definiti al punto prece dente), sono considerati occupati se, durante il periodo di assenza, mantengono l’attività. I coadiuvanti familiari sono considerati occupati se l’assenza non supera tre mesi;

Non occupati.
È già possibile fare una prima riflessione: le indagini ISTAT includono ne cessariamente fra gli occupati anche chi lavora saltuariamente e in mo do precario. I non occupati si dividono in:

  • persone in cerca di occupazione, cioè tutte quelle persone tra 15 e 74 anni che:
  • hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nei trenta giorni che precedono l’intervista e sono disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due , settimane successive all’intervista;
  • inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla data dell’intervista e sono disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive all’intervista, qualora fosse possibile anticipare l’inizio del lavoro;
  • persone non in cerca di occupazione (o non forze di lavoro o inattivi), cioè tutte quelle persone che per scelta o per necessità sono di fatto fuori dal mercato del lavoro.

Fra le persone in cerca di occupazione si definiscono spesso inoccupati coloro che per la prima volta si affacciano al mondo del lavoro (per lo più giovani che hanno appena terminato il percorso di studi).

Il totale delle persone occupate e di quelle in cerca di occupazione viene definito forza lavoro (reale e potenziale). Il tasso di attività è il rap porto tra le persone appartenenti alle forze di lavoro e la popolazione di 15 anni e più. Si differenzia dal tasso di occupazione, in quanto quest’ultimo rappresenta il rapporto tra gli occupati e la popolazione di 15 anni e più (esclude cioè chi cerca lavoro).

Il tasso di disoccupazione è il rapporto tra le persone in cerca di occu pazione e le forze di lavoro (questo indicatore misura quanti di coloro che cercano un lavoro non lo trovano). Viene definito di lunga durata se riguarda in particolare il rapporto fra le persone in cerca di occupa zione da almeno 12 mesi e le forze di lavoro.

Attenzione: una diminuzione del tasso di disoccupazione può non dipendere dall’aumento dei posti di lavoro. Per esempio, come è accaduto in Italia nel primo trimestre del 2007, il calo del tasso di disoccupazione può essere causato dall’aumento del tas so di inattività, cioè delle persone che, pur non lavorando, non stanno più cercando un’occupazione.

Quanto conta il titolo di studio

Le difficoltà di accesso al mercato del lavoro, i costi per l’affitto o l’acquisto di una casa, insieme all’innalzamento del livello medio di scolarizzazione, sono fra le cause principali della prolungata permanenza del giovani all’interno del nucleo familiare d’origine. In molti casi, tale situazione comporta la permanenza fuori o ai margini del mondo del lavoro anche per lunghi periodi, in attesa di un’occupazione adeguata alle aspirazioni. Quanto più lunga è questa attesa, tanto più cresce il rischio di un deterioramento o “invecchiamento” delle competenze professionali acquisite e di una forte demotivazione nella ricerca di un impiego.
Dall’analisi dei dati statistici dell’ultimo decennio disponibili sul sito www.istat.it risulta che quanto più alto è il livello di istruzione conseguito, tanto maggiore è la possibilità di inserimento professionale. Questa considerazione vale per entrambi i sessi e, in particolare, si è osservato come lo svantaggio femminile o territoriale nell’inserimento nel mondo del lavoro diminuisca con il crescere del titolo di studio. Per esempio, soprattutto nella fascia di età 35-54 anni, su 100 donne laureate 87 hanno un’occupazione, mentre su 100 diplomate solo 71 lavorano. Inoltre, al Sud lavora il 90% dei laureati di età compresa fra 35 e 54 anni contro il 73% dei diplomati (benché, sempre in questa fascia di età, il tasso di disoccupazione dei laureati risulti doppio nel Mezzogiorno rispetto al Nord). Inoltre, i laureati (e più in generale coloro che sono in possesso di una qualifica professionale altamente specialistica) subiscono una minore concorrenza rispetto ai colleghi in possesso della sola licenza media o del diploma, che rappresentano circa i due terzi della popolazione giovanile.
Un altro dato che conferma in parte quanto finora evidenziato è il seguente: nel 2004, a distanza di tre anni dal conseguimento del titolo,  soltanto il 34,7% dei diplomati di scuola superiore svolgeva un lavoro continuativo, contro il 56,4% dei laureati.
Se si analizzano i dati relativi alla disoccupazione dei giovani laureati o diplomati nei primissimi anni dopo il conseguimento del titolo di studio, sembra quasi che “paghi” più il diploma che non il titolo accademico. Ma se l’indagine viene estesa a un più ampio arco temporale si osserva come la laurea non solo ha un maggior ritorno occupazionale, ma risulta maggiormente soddisfacente sia dal punto di vista delle mansioni svolte sia dal punto di vista retributivo. Per tradurre in numeri quanto fin qui esposto, si consideri che tra i laureati di età compresa tra i 25 e i 34 anni, il tasso di disoccupazione nel 2005 è stato pari al 10,3%, mentre nella fascia successiva (35-64enni) si attestava al 2,0%, valore che rappresenta una soglia di disoccupazione fisiologica del sistema-lavoro e, quindi, non eliminabile.
Questi dati tuttavia vanno interpretati Cum grano salis . Sicuramente un titolo di studio più elevato rappresenta una chiave importante per  l’accesso al mercato del lavoro, tuttavia è anche vero che un laureato ha un’età intorno ai 23 – 25 anni ed è quindi più maturo di un diciottenne appena diplomato che si presenta ad un colloquio di lavoro.
Inoltre, gran parte dei diplomati non si offre immediatamente sul mercato del lavoro ma si impegna in corsi di formazione, studio, piccole esperienze di lavoro non regolare che ne rallenta l’ingresso sul mercato del lavoro e li collocano nella classe statistica delle “non forze di lavoro” (Vedi anche la parte relativa all’interpretazione dei dati statistici).
Infine, va considerato poi il grande peso del sommerso, cioè tutte quelle le  attività che sfuggono alla registrazione contabile e che non sono dichiarate al fisco che in Italia si stima siano intorno al 35% del PIL (3 attività su 10). Gran parte delle attività professionali svolte da diplomati sfugge in tal modo alla rilevazione dell’Istat, pensiamo ad esempio ai piccoli artigiani, alle piccole o, piccolissime, attività di manutenzione ed assistenza e così via.
La difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro per i neolaureati, invece, sembra in parte attribuibile al fatto che numerosi corsi di laurea spesso non forniscono né una preparazione idonea a un immediato inserimento professionale né il necessario collegamento tra iter formativo e effettiva domanda di lavoro del territorio. Il moltiplicarsi dei titoli di studio seguito alla riforma universitaria (Decreto Ministeriale 509 del 3 novembre 1999) che ha introdotto diversi livelli di formazione universitaria, oltre alla classica laurea a ciclo unico (quadriennale o quinquennale): la laurea triennale, detta Laurea (L) e la Laurea Specialistica o Magistrale, che prevede altri  due anni di specializzazione (LS).
Ma tra le cause delle difficoltà di inserimento dei giovani laureati consideriamo anche:

  1. la diffusa diffidenza da parte dei piccoli e medi imprenditori verso i laureati, riconducibile al fatto che un laureato costa di più, è più difficilmente inseribile in una struttura rigidamente organizzata;
  2. la tendenza di molti studenti a vivere l’università come un luogo comodo in cui “parcheggiarsi”, per rimandare il più possibile l’ingresso nel mondo del lavoro. Studenti con questa tendenza evitano di cercare occasioni di lavoro, stage o tirocinio durante gli anni di studio e, una volta laureati, risultano poco o per nulla appetibili alle aziende, perché non hanno mai fatto la “prima esperienza”.

Oltre ai dati sull’andamento dell’occupazione per titolo di studio, è interessante farsi un’idea delle opportunità di inserimento professionale delle singole lauree. In altre parole, ci si può chiedere quali lauree hanno consentito un inserimento professionale più soddisfacente, cioè qual è la condizione dei diversi laureati a circa tre anni dalla conclusione degli studi, quale il tipo di occupazione trovata, quale il grado di coerenza fra lavoro svolto e formazione ricevuta all’università. Quest’ultimo punto non è da sottovalutare, perché trovare un lavoro che ha poco —o addirittura nulla — a che fare con il titolo conseguito può essere un’esperienza frustrante, tanto più se inaspettata o subita. Eppure in Italia, tra i laureati che hanno iniziato a lavorare subito dopo la laurea, il 32% svolge un’attività per la quale tale titolo di studio non rappresenta un requisito necessario.
Rispetto alla possibilità di trovare relativamente presto un lavoro stabile, i laureati dei gruppi di corsi di studio di Ingegneria, Chimico-farmaceutico ed Economico-statistico si sono trovati avvantaggiati. In particolari corsi di laurea di maggior “successo” dal punto di vista occupazionale sono risultati Ingegneria gestionale (88,6% di occupati in modo stabile), Ingegneria delle telecomunicazioni (87,5%), Ingegneria informatica (84,7%), Farmacia (79,6%) ed Economia Aziendale (76,7%). Hanno incontrato molte più difficoltà, invece, i laureati in Scienze motorie (20,6% di lavoratori stabili su 90% occupati), Servizio sociale (9,5% lavoratori stabili su 99,6% occupati), dei corsi del gruppo giuridico non finalizzati alla formazione di notaio, avvocato o magistrato (23,6% di lavoratori stabili su 93% occupati) e Pedagogia (18% di lavoratori stabili su 79,8% occupati).
I laureati in Medicina e chirurgia risultano occupati solo al 10,7% a tre anni dal conseguimento del titolo, ma tale dato non deve fuorviare: è parte integrante del loro percorso formativo frequentare dopo la laurea corsi di specializzazione (che pure includono attività lavorativa retribuita) e ritardare quindi l’ingresso definitivo nel mondo del lavoro. Discorso analogo va fatto per i laureati in Giurisprudenza che aspirano alle professioni di notaio, avvocato o magistrato.
Anche quet’ultimo dato, va preso cum grano salis. Il lavoro stabile, oggi non rappresenta più, come un tempo, l’unica opportunità di crescita professionale. Le statistiche si soffermano spesso sul “posto fisso” ma oggi, in molti casi un contratto di lavoro da dipendente a tempo indeterminato, con la mobilità e il cambiamento continuo del mercato del lavoro, l’aumento del costo della vita e l’incertezza sui mercati, può rappresentare un freno alla propria carriera e alle prospettive future. Con i tempi che corrono, non è per niente detto che le condizioni di vita di un laureato in ingegneria che viene assunto in una azienda metalmeccanica, in termini di reddito e di prospettiva di crescita, siano migliori di un laureato in scienze motorie che decide di fare il personal trainer e lavorare come libero professionista o, di un esperto di massaggio shatsu. Anzi questa crisi ci dimostra che è esattamente il contrario!

 

 

Per quanto riguarda le modalità di accesso al mondo del lavoro, il ca nale privilegiato continua a essere la conoscenza diretta, da non confondere con la poco corretta “raccomandazione”.

La segnalazione è un metodo di diffusione di informazioni vecchio come il mondo ed è semplicemente basata sul passaparola fra conoscenti. Non assicura un posto di lavoro, bensì un contatto per un colloquio di approfondimento.

La conoscenza diretta ha per l’azienda una serie di indubbi vantaggi:

  • non costa nulla all’azienda;
  • consente di trovare personale in tempi relativamente contenuti;
  • la persona, interna all’azienda, che fa la segnalazione di un possi bile candidato garantisce della serietà di quest’ultimo (difficilmente proporrebbe un candidato impresentabile, ne andrebbe della sua reputazione);
  • la segnalazione, se accettata, non impegna l’azienda in nessun modo e, come anticipato, sfocia generalmente in un colloquio individuale dal quale può seguire o meno un’assunzione.

Anche il presentarsi di persona a imprenditori (cosa meno difficile di quanto si possa pensare, se si tiene presente che il sistema produttivo italiano è composto essenzialmente da piccole e medie imprese) garan tisce mediamente buoni risultati.

Colpisce infine, come dimostra una recente ricerca di Unioncamere-Mi nistero del lavoro, che il canale forse più conosciuto e seguito da chi inizia a cercarsi un’occupazione — le inserzioni su quotidiani e stampa specializzata — sia poco rilevante per le imprese (10%).

Ma veniamo ai dati sui canali di assunzione privilegiati dalle imprese:

  • conoscenza diretta: 30,5%;
  • banche dati interne aziendali: 23,6%;1
  • segnalazione di conoscenti/fornitori: 18,2%;
  • quotidiani e stampa specializzata: 9,5%;
  • centri per l’impiego (ex collocamento): 6,4%;
  • società di lavoro interinale: 3,5%;
  • società di selezione, associazioni di categoria: 2,7%;
  • Internet: 0,9%;2
  • altro: 4,8%.

Dal punto di vista delle tipologie di contratti con i quali si viene assunti, vi sono molte differenze a seconda non solo dell’età e dell’esperienza maturata, ma anche del settore professionale e del la zona geografica.

Anche dal punto di vista del numero di posti di lavoro effettivi (e non delle percentuali appena viste), nel corso degli anni si è registrato un calo significativo nell’Industria (la tendenza negativa dura ormai da oltre un decennio per quanto riguarda le imprese con più di 500 dipen denti) e uno ancora più significativo in quello dell’Agricoltura, a fronte di un modesto incremento nel settore dei Servizi. Fa eccezione il comparto delle costruzioni, che segna una robusta crescita e in cui il nu­mero di lavoratori autonomi è rimasto sostanzialmente invariato, a dif ferenza di tutti gli altri settori in cui, al contrario, la riduzione dell’occu pazione indipendente è stata intensa.

Sul versante dell’età e dell’esperienza professionale, oggi si tende ad assumere con contratto a tempo indeterminato quelle figure già sufficientemente “mature” e che sono di difficile reperibilità sul mercato, mentre si privilegiano forme di contratto “atipico” per le altre figure o per assunzioni di giovani alla prima esperienza lavorativa.


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Flessibilità o precarietà per i giovani alla ricerca di Lavoro?

Per moltissimi giovani l’ingresso nel mondo del lavoro oggi avviene attraverso forme contrattuali “atipiche” (o “parasubordinate”), così definite per distinguerle da quelle tradizionalmente impiegate dalle (in particolare, il lavoro dipendente a tempo indeterminato e pieno). In parte codificate dalla cosiddetta Riforma Biagi, negli ultimi anni le forme atipiche di lavoro hanno segnato una crescita significativamente superiore rispetto a quelle “tipiche”, soprattutto rispetto al lavoro dipendente a tempo pieno, che comunque rimane ancora, se guardiamo alla componente maschile degli occupati, il modello occupaziona le italiano principale (ISTAT, Annuario statistico 2006).

Il part-time continua ad avere in Italia una diffusione inferiore alla media e, per il 60% dei giovani, rappresenta una scelta subìta, obbligata. Più in generale, la flessibilità raggiunta negli orari di lavoro è molto forte, specialmente fra i lavoratori autonomi, con problemi nella gestione della vita privata e famigliare.

Dai dati statistici emerge che sono le donne a vivere di più questa maggiore flessibilità negli orari di come conferma il fatto che negli ultimi due anni non sono più loro a fare crescere il tasso di occupazione in Italia.

Come per gli indicatori di occupazione e disoccupazione, anche per riguarda i contratti atipici, la situazione italiana è molto articolata perché i modelli organizzativi e tecnologici delle imprese sono in rapido mutamento (mutamento accelerato dalla complessità e dall’intensità della competizione) sia perché è possibile riscontrare forti e nell’impiego di contratti atipici a seconda della collocazione geografica (nazionale e regionale), dell’età, del sesso e della qualifica professionale dei lavoratori.

Per esempio, i contratti di collaborazione sono stati impiegati in Italia sopra ttutto nelle zone in cui il mercato del lavoro è più attivo e disoccupazione più bassi; mentre nelle zone a tassi di attività bassi, le politiche dell’occupazione basate su forme come l’apprendistato, i contratti di formazione o l’interinale sembrano fallire anche per la concorrenza del lavoro nero.

Tutte le indagini sul lavoro atipico, anche a livello europeo, convergono nell’affermare che i contratti flessibili possono rappresentare un’opportunità di impiego per i lavoratori a bassa qualifica e per i giovani alla prima esperi enza: per circa un terzo di loro il contratto si trasforma entro un anno in forme stabili di assunzione. Ma per la metà dei lavoratori temporanei la condizione lavorativa instabile permane pressoché immutabile di anno in anno, tanto che circa un quinto finisce per ricadere nella disoccupazione. Per costoro, evidentemente, la “flessibilità” dei contratti temporanei non rappresenta una scelta legata a una maggiore autonomia o un’opportunità per fare esperienza e farsi conoscere, ma una pericolosa costrizione.

Sono soprattutto i giovani che vivono in contesti famigliari disagiati a pagare il prezzo più alto di questa precarietà. Per essere più precisi, le forme di flessibilità sono prevalenti e spesso associate a condizioni di precarietà quando i livelli di capitale umano sono bassi e il sostegno familiare insufficiente: oltre il 40% dei giovani con contratto a termine,co.co.co o prestatori occasionali (circa 400.000 unità), vive in famiglie dove nessun altro membro è occupato oppure, se occupato, ha un contratto a termine o di basso livello. Di questi solo il 1 3% ha un laurea. Altro fattore discriminante rappresentato dal poter vivere in una casa di proprietà piuttosto che dovere sostenere i costi di un affitto.

Le regole del mercato del Lavoro: La riforma “Biagi”

A partire dalla fine del 2003, anno di entrata in vigore della riforma, sono state introdotte numerose novità nella regolamentazione del “mercato del lavoro”. Innanzitutto l’intermediazione fra domanda e offerta di lavoro, un tempo gestita in esclusiva dalla sfera pubblica tramite gli Uffici di Collocamento, è stata aperta anche ai privati in grado di garantire standard di servizio definiti per legge. Puoi scoprire facilmente quali sono le società attualmente autorizzate a occuparsi, a vario titolo, di mercato del lavoro consultando l’albo del Ministero del Lavoro appositamente realizzato. Tale albo comprende i seguenti tipi di agenzie:

  1. Somministrazione del lavoro: si tratta di società che forniscono ad altre società dei propri lavoratori, nel senso che i lavoratori sono dipendenti della società “fornitrice” (brutta parola presente nel testo di legge) e non di quella “utilizzatrice”. La società utilizzatrice stabilisce compiti e ruoli del lavoratore. Queste agenzie, dal 2007, sono abilitate esclu sivamente alla somministrazione di lavoro a tempo determinato.
  2. Intermediazione: si occupano di promuovere e gestire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro tramite raccolta dei CV, presele zione, costituzione di una banca dati, progettazione ed erogazione di attività formative finalizzate all’inserimento lavorativo ecc. Si rivolgono anche alle fasce svantaggiate quali disabili, disoccupati di lunga durata ecc.
  3. Ricerca e selezione del personale: su richiesta delle imprese, svol gono analisi dei loro fabbisogni in termini di risorse umane, program mano ed effettuano le attività di ricerca delle candidature più idonee, valutano i profili individuati e la necessità o meno di un corso di for mazione per l’inserimento del candidato nel contesto lavorativo e accompagnano il neoassunto nella prima fase dell’inserimento.
  4. Supporto alla ricollocazione professionale: offrono servizi di ri-collo camento a seguito di un licenziamento individuale (outplacement per quadri e dirigenti) o di un gruppo di lavoratori, su specifico incarico dell’azienda che licenzia (che dunque ne sostiene i costi), anche in base ad accordi sindacali. I mezzi per ricollocare i lavoratori licenziati o in fase di licenziamento vanno dall’analisi delle competenze alla for mazione su discipline specifiche, dall’accompagnamento nella gestione dei primi contatti con i potenziali nuovi datori di lavoro al sostegno nei primi mesi della nuova occupazione.

La riforma Biagi, inoltre, ha riformato apprendistato e part-time e ha introdotto tutta una serie di contratti per regolarizzare alcune forme di lavoro e rendere più flessibile l’ingresso nel mercato. In molti casi, come rileva una ricerca di Confindustria, tutte queste novità hanno disorientato le società medio-piccole. Forme come il lavoro con diviso (job sharing), il lavoro a chiamata o lo staff leasing a tempo inde terminato (dal 2007 non più consentito per legge), sono state poco o per nulla usate, mentre quelle più vicine alle forme contrattuali prece denti la riforma hanno visto da subito un utilizzo diffuso, come la som ministrazione a termine (ex lavoro interinale) o il contratto a progetto (versione rivista e aggiornata del contratto di collaborazione coordinata e continuativa o “co.co.co.”), ma anche il contratto di inserimento (ex contratto di formazione e lavoro).

Ma veniamo ora a una breve descrizione dei nuovi contratti.

  • Lavoro a progetto: sostituisce i vecchi contratti di collaborazione coordinata e continuativa e prevede che l’impresa specifichi obiet tivi, durata e compenso relativo al progetto assegnato al lavora tore. Si tratta di un rapporto autonomo in cui il lavoratore assume stabilmente, senza vincolo di subordinazione, l’incarico di eseguire un progetto o un programma di lavoro o una fase, con lavoro pre valentemente o esclusivamente proprio, concordando diretta mente con il committente le modalità di esecuzione, la durata, criteri e i tempi di corresponsione del compenso. Il rapporto cessa nel momento in cui la realizzazione del progetto è portata a ter mine. Una delle ragioni per cui è stato introdotto il contratto a pro getto è anche quella di smascherare i rapporti di collaborazione continuativa (che per legge dovrebbero essere “senza vincolo di subordinazione” e che prevedono meno oneri fiscali per il datore e meno vincoli al licenziamento), che in realtà si svolgono a tutti gli effetti come un lavoro dipendente (cioè subordinato).
  • Staff leasing (o leasing di manodopera): questa tipologia di con tratto introdotta con la riforma Biagi è stata abolita nel 2007; pre vedeva la riforma delle società di somministrazione di lavoro, in quanto consentiva loro di “affittare” lavoratori a tempo determinato anche per l’attività ordinaria dell’azienda (e non più soltanto straordi naria o d’emergenza); inoltre, aveva introdotto l’affitto a tempo inde terminato per: a) i servizi di consulenza nel settore informatico; b) i servizi di pulizia, custodia, portineria; c) la gestione di biblioteche, par chi, musei; d) le attività di consulenza direzionale; e) le attività di marketing e di analisi del mercato; f) la gestione di cali center; g) per i lavori connessi alle costruzioni edilizie. Come anticipato, dal 2007 il leasing di manodopera non è più consentito.
  • Job sharing: è il cosiddetto “lavoro ripartito” e consiste in un con tratto, anche a tempo indeterminato, che introduce il principio della condivisione del lavoro, secondo il quale due o più persone in accordo con il datore assumono un’unica occupazione. Ciò signi fica che ciascuno sarà indifferentemente tenuto nei confronti del datore all’esecuzione della stessa prestazione. Il contratto di job sharing prevede quindi due intestatari, che possono liberamente concordare come ripartirsi gli incarichi e come suddividersi in due o più fasce orarie un lavoro a tempo pieno.
  • Job on call (“lavoro a chiamata” o “intermittente”): il lavoratore si mette a disposizione del datore e aspetta la sua chiamata; la pre stazione viene quindi svolta in maniera discontinua e la disponibi lità del prestatore potrebbe essere ricompensata da una sorta di indennità corrisposta dal datore, oltre alla retribuzione per le ore effettivamente lavorate. Si tratta per lo più di un contratto a tempo indeterminato. Dal 2007 resta valido solo per due settori: il turi­smo e lo spettacolo.
  • Lavoro occasionale: prevede dei voucher prepagati da 7,5 euro per ogni ora di lavoro. Possono acquistarli tutti coloro che hanno bisogno di piccoli lavori domestici a carattere straordinario (giardi naggio, baby sitter, badanti) o di ripetizioni private. Dei 7,5 euro il lavoratore ne percepirà solo 5,8, esenti da imposizioni fiscali. La differenza andrà a Inps e Inali. Solo 20 centesimi andranno alle concessionarie del servizio (gli enti che vendono i voucher), dove il lavoratore potrà anche riscuotere la retribuzione. La prestazione occasionale non può comunque durare più di trenta giorni l’anno né essere retribuita con un compenso superiore a cinquemila euro dallo stesso committente.

Solo quattro categorie potranno svolgere questo tipo di lavoro: 1) disoccupati da oltre un anno; 2) casalinghe, studenti e pensionati; 3) disabili e soggetti in comunità di recupero; 4) lavoratori extraco munitari in regola nei 6 mesi successivi alla perdita del lavoro.

  • Contratto d’inserimento: tra le nuove forme contrattuali intro dotte dalla riforma del lavoro, il contratto d’inserimento, che sosti tuisce il contratto di Formazione e Lavoro, è il preferito dalle imprese. Può essere utilizzato per favorire l’inserimento delle seguenti categorie di lavoratori:
  • soggetti di età compresa tra i 18 e i 29 anni;
  • disoccupati di lunga durata da 29 fino a 32 anni;
  • lavoratori con più di 50 anni di età che siano privi di un posto di lavoro;
  • lavoratori che desiderino riprendere un’attività lavorativa e che non abbiano lavorato per almeno due anni;
  • donne di qualsiasi età residenti in un’area geografica a basso tasso di occupazione femminile;
  • persone riconosciute affette, ai sensi della normativa vigente, da un grave handicap fisico, mentale o psichico.

Può durare da un minimo di 9 a un massimo di 18 mesi e non è rinnovabile tra le stesse parti.

Tirocini estivi di orientamento: si tratta di tirocini che si svolgono du rante le vacanze estive e sono rivolti a giovani, regolarmente iscritti a un ciclo di studi (università o qualsiasi istituto scolastico di ogni ordine e grado), con fini di orientamento e di formazione.

 Sarà forse già capitato, malgrado le migliori intenzioni, di perdersi o di arrivare a un punto morto nella ricerca del lavoro. Questo esito dipende molto spesso, oltre che dalla complessità intrinseca al contesto in cui ci si muove, più di quanto si possa immaginare, da errori commessi proprio nella strategia di ricerca: errori che vanificano gli sforzi compiuti o che portano a tralasciare occasioni importanti.

Cosa significa pianificare la strategia:

  • Sforzarsi di definire in ogni suo aspetto il lavoro che desideriamo svolgere.
  • Individuare le fonti più efficaci e attendibili per raccogliere le informazioni sulle aziende/enti da contattare per il lavoro che avremo così definito
  • Ordinare tali informazioni per rilevanza, per aderenza al profilo definito al punto 1 e per modalità di contatto.
  • Programmare, su un’agenda/calendario, le attività di ricerca da svolgere ogni giorno.
  • Tenere traccia, per iscritto, delle difficoltà incontrate e degli errori commessi durante le diverse fasi della ricerca, per farne tesoro e non ripeterli in futuro.

È giunto il momento di valutare, nel concreto, i possibili punti di incon tro fra il ruolo professionale che possiamo e vogliamo svolgere (i contenuti, le com petenze e l’impegno richiesti in termini di tempo e di responsabi lità, la possibile retribuzione, i percorsi di carriera ecc. ) e gli aspetti che caratterizzano il settore lavorativo a cui siamo interessati.

II fine è quello di restringere e personalizzare la ricerca di la voro, non solo per ottimizzare il tempo e le risorse da dedi carle (generalmente limitate), ma anche per renderla più efficace e aderente ai nostri desideri e caratteristiche. Al contrario, cercare un lavoro avendo informazioni insufficienti sulle reali opportunità professionali porta facilmente al fallimento della ricerca, con la conseguenza pressoché inevitabile di portarci a pensare (erroneamente) che non ci chiamano perché “non valiamo niente”.


Fermati un istante!Questa Mini-guida alla ricerca di lavoro è un piccolo riassunto, di poche pagine, del mio testo “Lavoro; Trovarlo e cambiarlo anche con questa crisi” disponibile in due versioni Free (gratuita) e Pro (al costo di 5,27 €).  Con taglio pratico ed approccio positivo, il testo offre tanti strumenti di orientamento alle scelte professionali e una serie di spunti per migliorare la propria ricerca, rendendola sempre più efficace. Se, in questo periodo della tua vita stai cercando lavoro o sei un operatore di orientamento o un formatore nella guida troverai tantissime informazioni utili che ti permetteranno di raggiungere tutti i tuoi obiettivi professionali. Scegli la tua copia ti assicuro che troverai nelle pagine della guida le risorse utili per quello che stai cercando. Link al libro

 

Quale lavoro vorresti svolgere?

Ecco i primi tre passi per cercare una risposta.

  1. Si deve iniziare a capire quale distanza separa il lavoro ideale dalle nostre attuali capacità e conoscenze.
  2. A questo punto si passa a un’analisi ancora più dettagliata di tale distanza, che aiuta a definire in modo analitico “chi vorremmo diventare”.
  3. Il risultato di questo confronto dovrebbe stimolare a ridurre la distanza fra la situazione attuale e il lavoro che speriamo di fare, suggerendo specifiche azioni concrete di “avvicinamento”.

È probabile che nel passare al punto 2 nasca il seguente dubbio: d’accordo, io in generale sento che mi piacerebbe fare, per esempio, il capocuoco in un ristorante, ma non so esattamente quali competenze e conoscenze deve possedere un capocuoco, dove può lavorare, quante ore lavora mediamente, quanto guadagna ecc. Dove posso raccogliere queste informazioni?

La domanda è più che lecita e la possibile risposta è articolata. È possi bile raccogliere informazioni utili:

  • presso le stesse organizzazioni da cui trarre notizie su aziende e persone da contattare per proporre la tua candidatura
  • svolgendo brevi esperienze di lavoro (come lo stage) in quel ruolo/settore;
  • parlando con conoscenti che svolgono già quella professione;
  • utilizzando le banche dati presenti su Internet
  • leggendo libri e riviste di settore.

Raccolte informazioni di questo tipo sul lavoro cui aspiriamo, siamo pronti per stenderne il profilo, sempre ricordando che il lavoro dei nostri sogni rappresenta per definizione un punto di arrivo, un obiettivo cui avvicinarti il più possibile passo dopo passo, non un punto di partenza.

L’ideale è seguire un corso di formazione o svolgere un’esperienza lavorativa a tempo parziale mentre cerchiamo lavoro, per fa re in modo che il tempo della ricerca ci porti comunque dei buoni frutti.

Come scegliere un corso di formazione?

Frequentare un corso di formazione rappresenta un considerevole investimento di tempo, denaro e energie. E quindi fondamentale valutare con molta cura quale corso scegliere, sulla base di alcuni fattori essenziali.

  • Garanzia: è importante capire quale sia l’esperienza e quali le capacità dell’ente che organizza il corso; dobbiamo dunque scoprire da quanti anni quell’ente opera nel campo della formazione e quale reputazione vanta tra gli operatori del settore.
  • Utilità: la figura professionale oggetto del corso può trovare effettivamente spazio nel mercato del lavoro? Dobbiamo informarci presso le imprese che potrebbero essere interessate a quella figura professionale.
  • Qualità didattica: prima di iscriversi sarebbe meglio che scoprire chi sono i docenti, che tipo di stage è previsto dal corso, che tipo di tecnologie o strumenti vengono utilizzati (computer, macchinari ecc.) e che tipo di assistenza viene fornita fuori dall’aula (possibilità di accedere a sale computer o a biblioteche ecc.).
  • Riscontro: se il corso è già stato proposto negli anni precedenti, dobbiamo scoprire quale è stata la percentuale di ex-allievi assunti (non fidiamoci solo delle promesse dei grafici riportati nella brochure della scuola). Se il corso è al primo anno è opportuno valutare se ci sono degli accordi con le imprese del settore per assumere o quantomeno per valutare le candidature dei partecipanti al corso.
  • Efficienza rispetto agli altri corsi: molti corsi si assomigliano fra loro in termini di contenuti e di prospettive. Per scegliere si deve valutare durata, tempi della formazione (ripartizione tra periodi di formazione teorica e periodi formazione pratica) e luogo (in che città o Regione si svolge il corso rispetto al nostro luogo di residenza?).
  • Assistenza post-corso: se l’ente organizzatore propone più corsi riguardanti il settore prescelto, significa che può offrire all’ex-allievo ulteriori occasioni aggiornamento e di perfezionamento. Più in generale, il fatto di mantenere rapporti continui con gli ex-allievi e indice di serietà dell’ente di formazione.

Dove vorrei lavorare?

La prima cosa importante da tenere presente è che ogni settore di attività può essere scomposto in sotto-settori. Per esempio, il settore dei servizi comprende al suo interno il turismo, la ristorazione, la grafica, l’editoria, le telecomunicazioni ecc. Ma a sua volta l’editoria può dividersi in editoria professionale/specialistica, generalista, per ragazzi, nar rativa, di divulgazione scientifica ecc. E ognuno di questi sotto-settori richiede capacità e competenze differenti, oltre a prevedere diverse modalità di accesso, legate anche alla crescita o meno nell’attuale mer cato editoriale della rispettiva area di attività.

Si aggiunga inoltre che i settori professionali possono anche essere rag gruppati in base alle priorità. Così, per esempio, se possediamo una lau rea in Economia e commercio con specializzazione in Controllo dei costi, ma abbiamo capito che la nostra priorità è lavorare nel sociale (perché è un settore che ci ha appassionato nel corso delle nostre esperienze di volontariato), si può cercare di far valere la nostra specializzazione universitaria presso orga nizzazioni che si occupano di combattere differenti forme di disagio (tossi codipendenza, devianza giovanile, immigrazione, disabilità ecc.): non lavoreremo a diretto contatto con le persone in difficoltà, trattandosi di un ruolo essenzialmente amministrativo, ma daremo un contributo cruciale a tali organizzazioni, affinché la buona gestione dei conti (ottimizzazione della spesa, riduzione degli sprechi ecc.) consenta loro di realizzare progetti sempre più importanti. Senza contare che, una volta assunti, nulla impedisce che si possa lavorare anche a contatto con le persone cui l’organizzazione si dedica, definendo il nostro ruolo in progetti specifici, insieme a coloro che ormai sono diventati nostri colleghi.

Da un punto di vista pratico, per giungere a un elenco delle società/istituzioni da contattare si può procedere muovendosi in due direzioni.

  1. Dal generale al particolare. Se ad esempio vogliamo lavorare nella grafica pubblicitaria, abbiamo una buona conoscenza dell’inglese e siamo in cerca di un’organizzazione semi-strutturata in cui fare un’esperienza sul campo, possiamo iniziare a delimitare il settore partendo dalle società che si occupano di computer grafica, eliminare quelle che non si occupano di grafica pubblicitaria, selezionare quelle che lavorano in un contesto internazionale (in cui l’inglese è essenziale e poi dare priorità a quelle che hanno almeno un sito web (indicatore indiretto di una certa strutturazione). Con questo percorso abbiamo identificato un primo insieme di società da cui partire. Questo non significa che si debba escludere ogni altro ente che non rientri in questo insieme, ma che, in assenza di fatti nuovi, le organizzazioni che ci interessano di più stanno in quell’insieme.
  2. Dal particolare al generale. Se conosciamo o abbiamo fatto esperienza in un’azienda che ci è congeniale, possiamo partire da essa per identificare quelle che le sono più simili, operano nello stesso campo di attività o in campi omogenei, operano in are geografiche nelle quali saremmo disposti a lavorare ecc.

È importante che le dimensioni del nostro elenco di società da contat tare sia ragionevolmente contenuto: non così ampio da perderci, non così ristretto da chiuderci in un vicolo cieco ai primi insuccessi. Inoltre, è importante che la gestione del nostro settore sia flessibile: non ha alcun senso escludere un’organizzazione interessante che ci è capitato di conoscere solo perché non possiede proprio tutte le caratteristiche che avevamo individuato inizialmente.

Un’ultima considerazione: se la nostra professionalità ce lo consente, possiamo rivolgere la ricerca a più di un settore professionale. Si tenga presente, però, che ciascun settore richiederà un approccio differente.


Fermati un istante!Questa Mini-guida alla ricerca di lavoro è un piccolo riassunto, di poche pagine, del mio testo “Lavoro; Trovarlo e cambiarlo anche con questa crisi” disponibile in due versioni Free (gratuita) e Pro (al costo di 5,27 €).  Con taglio pratico ed approccio positivo, il testo offre tanti strumenti di orientamento alle scelte professionali e una serie di spunti per migliorare la propria ricerca, rendendola sempre più efficace. Se, in questo periodo della tua vita stai cercando lavoro o sei un operatore di orientamento o un formatore nella guida troverai tantissime informazioni utili che ti permetteranno di raggiungere tutti i tuoi obiettivi professionali. Scegli la tua copia ti assicuro che troverai nelle pagine della guida le risorse utili per quello che stai cercando. Link al libro

 

Come individuare le persone da contattare?

A questo punto, si devono individuare le persone che operano all’interno del le organizzazioni che ci interessano e che possono rivelarsi alleati deter minanti per il nostro futuro professionale. All’interno di una società possiamo in dividuare anche più di un contatto.

In un mercato del lavoro molto competitivo, non possiamo affidare le nostre possibilità esclusivamente a canali di comunicazione impersonali come CV, lettere di presentazione, e-mail ecc. Ogni società riceve ogni giorno centinaia di contatti formali di questo tipo, che vengono per lo più ignorati — soprattutto quando non sollecitati. In questo modo, il nostro ta lento rischia di non essere mai visibile alle persone che potrebbero es serne interessate.

Come capire chi possono essere gli interlocutori migliori? A questo punto del percorso di ricerca dovrebbe essere molto semplice: le persone che lavorano nella divisione/reparto più vicini al le nostre caratteristiche professionali attuali e che ricoprono ruoli di responsabilità sufficienti a prendere la decisione di contattarci per un colloquio. Relativamente a quest’ultimo aspetto, molto dipende dalle dimensioni della società cui ci rivolgiamo: se è medio-piccola, è molto probabile che sia lo stesso titolare/direttore a occuparsi della selezione nuove risorse; se è grande, vi saranno figure intermedie appositamente allocate a tale compito (la richiesta di valutare una nuova risorsa può venire dal responsabile di divisione/reparto, anche se poi le procedure di selezione vengono svolte dall’ufficio risorse umane).

Si può anche procedere in senso opposto: se nella ricerca ci imbattiamo in persone che ci sembrano interessanti e/o che operano nel nostro stesso settore, chiediamo loro i recapiti e contattiamole.

Coinvolgo la rete informale delle mie conoscenze

Con la dicitura “rete informale” si intendono tutte le persone (amici, pareri e conoscenti), che possono informarci dell’esistenza di opportunità d lavoro presso aziende o altri enti con i quali essi sono per qualche motivo in contatto.

Questo canale informativo è molto più prezioso di quanto potrebbe a prima vista sembrare (è il canale preferito dalle aziende) e non va assolutamente sottovalutato. Infatti, capita spesso che la ricerca di nuovo personale sia scarsamente divulgata a causa degli elevati costi di una società di ricerca e selezione o per l’urgenza della ricerca stessa. Dunque, l’unica alternativa per un imprenditore, a costo zero e molto rapida, è quella di chiedere prima di tutto ai propri dipendenti e ai colleghi se conoscono qualche giovane “in gamba” in cerca di lavoro. Notizie di questo tipo sono trasmesse solo oralmente, da conoscente a conoscente.

Anche in questo caso non si tratta di diffondere l’idea che stiamo cercan do un lavoro “qualsiasi a tutti i costi” (anche se fosse vero, è una con fidenza da fare solo alle persone più fidate…), ma che siamo alla ricerca di contatti per valutare opportunità professionali nel settore e per il ruolo che ci interessano.

Comunicare alla rete informale che stiamo cercando lavoro non basta: la rete diventa veramente efficace solo se è costantemente seguita (il che non significa diventare insistenti…). Per esem pio, possiamo fare delle telefonate o scrivere delle e-mail periodicamente per ringraziare dell’interessamento e chiedere se vi sono delle novità, sfruttando una sezione della stessa agenda che abbiamo utilizzato per i con tatti alle aziende. A volte i conoscenti non aiutano non perché sono egoisti o non hanno tempo, ma perché se ne dimenticano. D’altro canto, il rispetto di alcune regole base nella gestione delle relazioni è essenziale. Aspetti come chiedere con intelligenza, interagire con cor tesia, ringraziare puntualmente, evitare di essere assillanti sono di fon damentale importanza.

Infine, la rete informale funziona a due vie: chiediamoci quali vantaggi possiamo portare ai nostri contatti in cambio dei benefici che possiamo trarne. Non stiamo ovviamente parlando di corruzione, ma di qualcosa di molto più ba nale: si è molto più disponibili ad aiutare persone con cui esiste un autentico scambio su più livelli (affettivo, culturale, professionale ecc.). Per esempio, non puoi pretendere di avere accesso alle informa zioni altrui se non sei mai stato disponibile a condividere le tue.

Utilizzo le fonti di informazione secondarie

Sono molteplici oggi i punti di riferimento “generalisti”, sia pubblici sia privati, per chi è in cerca di occupazione. Essi possono costituire una buona integrazione, anche se scontano il fatto di essere meno mirati e, dunque meno efficaci. Inoltre, i dati mostrano chiaramente che — come fonti dirette di occupazione e non semplicemente di informazione — quelle seguito elencate coprono solo una piccolissima parte dell’incontro domanda/offerta di lavoro.

  • I Centri per l’Impiego
  • Le società private di ricerca e selezione
  • Le Camere di commercio
  • I Sindacati
  • Le associazioni imprenditoriali, di categoria e gli ordini professionali
  • Gli uffici Informagiovani
  • I mass media
  • Internet

Pianificare la ricerca significa anche, come si è già sottolineato, non per dere le informazioni che si sono acquisite, organizzarle e utilizzarle co me trampolino per tuffarti nella ricerca vera e propria. Il modo migliore è quello di creare un database o un archivio cartaceo di tutte le società che desideriamo contattare, in cui riportare tutte le infor mazioni essenziali. Si dovrebbe immaginare questo archivio come una sorta di schedario, con sultabile rapidamente ogni volta che ne hai necessità.

È importante organizzare la ricerca in modo da sfruttare al meglio il tempo ed evitare di rimanere inghiottito dalla confusione, soprattutto se il tempo a disposizione è limitato e il rischio che altri impegni entrino in com petizione con le attività di ricerca è elevato.

Organizzare la ricerca significa impostarla come se fosse un’attività pro fessionale vera e propria: si deve stabilire con la massima chiarezza possi bile priorità e obiettivi, tempi di lavoro e scadenze, stato di avanzamen to attività, verifica dei risultati e — perché no — i premi che avremo meritato per i risultati raggiunti di volta in volta. Per realizzare la nostra attività professionale, possono esserci utili due sem plici strumenti:

  • un calendario di lavoro (meglio se settimanale);
  • un computer.

Il calendario di lavoro consentirà di stabilire volta per volta quali azio ni intendiamo realizzare (anche rispetto alle scadenze) e di assumersi l’impe gno necessario. Non abbiamo bisogno di uno strumento particolarmente so fisticato: basta un’agenda (da dedicare esclusivamente alla ricerca per evitare pasticci…).

Il computer serve a tenere traccia delle nostre operazioni e — soprattutto —ad archiviare in modo intelligente le importanti informazioni raccolte durante la ricerca. Un sistema informativo ridurrà le probabi lità di perdere messaggi di posta elettronica importanti (come le candidature o le risposte ricevute), permetterà di organizzare efficien temente i risultati della navigazione sul web e di archiviare docu menti preziosi.

Un altro esempio dell’utilità di avere un calendario delle attività svolte e future: se una società cui abbiamo spedito il CV dopo un certo periodo non ha ancora risposto, possiamo decidere di mandare un’ulteriore lettera (ma gari con un aggiornamento del nostro profilo), oppure di telefonare per sa pere se il destinatario ha avuto modo di leggere il CV (o a che punto è il processo di selezione, se abbiamo partecipato a una selezione su segnala zione di un amico). Il sistema informativo consente di misurare in modo non casuale il tempo che deve passare prima di rifarsi vivi: se lo facciamo troppo presto, non lasciamo alla società e al nostro referente il tempo necessa rio (le aziende non leggono CV per lavoro!) e rischiamo di ap parire facilmente ansiosi e insistenti; se lo facciamo troppo tardi, può pas sare l’idea che non siamo realmente interessati. Naturalmente non esiste un numero di giorni prefissato, anche se 15-20 giorni possono conside rarsi un tempo mediamente ragionevole di attesa.

L’archivio ha un ulteriore vantaggio: consente di valutare i ri scontri ricevuti anche in funzione del modo in cui ci siamo proposti. È, in fine, un modo semplice per ricordarci della posizione offerta nel caso ve nissimo chiamati per un colloqui. Si può ovviamente fare a meno di tutti questi strumenti, ma la nostra attività rischia di essere più faticosa e meno efficace.

Lavorare sul tuo progetto professionale ti permette di fare scelte e pren dere decisioni che possono condurti più facilmente verso gli obiettivi personali e lavorativi che hai definito. Tali punti di arrivo, all’interno del settore che hai individuato, non devono essere né troppi — altrimenti il tuo lavoro di ricerca diventa incontrollabile e dispersivo, cioè inefficace — né troppo pochi — altrimenti ai primi insuccessi ti troveresti in un vico lo cieco. Non è detto, però, che tu debba necessariamente dedicarti in via esclusiva agli obiettivi che hai pianificato: se lungo la strada trovas si deviazioni interessanti, niente ti impedisce di percorrerle, a con dizione che tu sia consapevole della destinazione alla quale ti avvicini percorrendo la nuova strada. Il rischio, infatti, è quello di perderti in mille direzioni diverse, senza mai arrivare a una vera destinazione.

 

A cura di Luciano Cassese e Michele Barbaro 


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Carriera Generale Professione

Trovare Lavoro Anche con Questa Crisi

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Carriera Life Style Management

Chi ha spostato il mio formaggio?

Chi ha spostato il mio formaggio?  di Spencer Johnson (1998) Una semplice parabola che a rispondere ai “Cambiamenti”.

Un gruppo di vecchi amici di scuola si ritrova a cena e l’argomento della conversazione è il cambiamento nella carriera, nei rapporti e nella vita di famiglia. Uno dei presenti asserisce che il cambiamento non lo preoccupa più da quando ha sentito raccontare una “storiella divertente” intitolata “Chi ha spostato il mio formaggio?” Con la sua abilità, Spencer Johnson introduce il lettore a questa favola su come affrontare positivamente il cambiamento.

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Carriera Generale Management

La creatività è una competenza misurabile ?

Che cos’è la creatività ?

La creatività è una meta competenza ed è la Capacità di produrre nuove idee, invenzioni, opere d’arte e simili.

Oggi si parla spesso di creatività ! Sui quotidiani e sulle riviste di settore negli ultimi anni si sente parlare anche un pò troppo spesso di creatività.

Alle volte questo è utilizzato in accezione positiva, in particolare quando si fa riferimento allo “Stile Italiano” al “design industriale” oppure quando si valutano le competenze di alcune specifiche professionalità (fotografi, registi, grafici, musicisti, pubblicitari, etc. etc. ).

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Carriera Life Style Management

Le 7 regole per avere successo di S. Covey

Steven Covey “The 7 Habits of Highly Effective People” (1989)

Le sette regole per avere successo (titolo originale “The 7 Habits of Highly Effective People” ) di Stephen Covey va considerato come uno dei testi più innovativi nel panorama della letteratura manageriale. Il volume la cui prima edizione è stata pubblicata nel 1989 (arrivato oggi nella versione Italiana alla seconda edizione – Franco Angeli editore) è diventato nel corso degli anni un vero e proprio caso editoriale. Il testo è uno di quei libri che  non dovrebbero mai mancare nella libreria di professionisti formatori manager coach.

Il titolo non rende giustizia a questo volume che per qualità dei contenuti va considerato come un vero e proprio corso di sviluppo personale e molto più di un manuale. Leggendo il titolo, infatti, ci si aspetta di trovare un classico manualetto del successo in poche e semplici mosse, un manuale per giovani rampanti alla ricerca del conto in banca a sei “0”.

Ma il lettore già dalle prime pagine, scoprirà con sorpresa, e piacevole stupore, che nel volume c’è molto, molto di più.

Si tratta, infatti, non di un manuale, ma di un percorso, di un approccio integrato il cui proposito essenziale è imparare a gestire la propria vita in modo veramente efficace allineando l’agire quotidiano ai propri valori più profondi. In altre  parole come ottenere risultati, in linea con i propri obiettivi.

Le sette regole per avere successo” è un testo rilevante sia come libro di self-help sia come pubblicazione sul successo. Basato sulla pluriennale esperienza dell’autore nella formazione manageriale, è una straordinaria sintesi di alcune importanti idee sulle teorie del successo, basato su uno schema metodologico che le mette in armonia e ne facilita l’apprendimento.

Le sette regole per avere successo” (o abitudini di successo, secondo una traduzione più appropriata) per Covey sono queste:

Essere proattivi. Il termine è utilizzato nel testo come contrario a “Reattivo”. Secondo Covey le strategie Reattive (cioè quelle di puro adattamento , reazione, ai mutamenti dell’ambiente circostante) non portano lontano. La pro-attività è la capacità di controllare il proprio ambiente, piuttosto che l’opposto, come spesso accade. I manager devono controllare il loro ambiente, usando l’autodeterminazione e la capacità di far fronte alle varie circostanze. Cambiando il paradigma bisogna imparare a creare circostanze e fatti favorevoli.

Pensare partendo dalla fine. I manager e individui che intendono operare con il massimo dell’efficienza, per ottenere successo nelle iniziative di ogni giorno devono sviluppare l’abilità di concentrare l’attenzione sul risultato desiderato e concentrarsi sulle attività che contribuiscono a raggiungere quello scopo.

Individuare e dare precedenza alle priorità. Un manager deve gestire la sua propria persona. Personalmente. Ed i manager dovrebbero implementare delle attività che mirano a raggiungere la seconda abitudine. Covey dice che la regola due è la creazione mentale; la regola tre è la creazione fisica.

Pensare win-win (vincere-vincere). Questa, per Covey è la funzione più importante della leadership interpersonale, perché la maggior parte dei successi sono basati su sforzi comuni. Di conseguenza lo scopo deve essere individuare sempre soluzioni win-win per tutti, superando il classico atteggiamento competitivo che si fonda sulla concezione delle scarsità delle risorse e delle opportunità. Per Covey il successo non è uno scontro in una arena finalizzato alla spartizione di poche risorse ma, un modo nuovo per creare dal nulla opportunità e benessere per tanti.

Cercare di capire, prima di  farsi capire. Le persone efficienti pantono sempre dalle esigenze di chi hanno di fronte. Sviluppando e mantenendo rapporti positivi attraverso la buona comunicazione, il manager è compreso dagli altri e può capirli.

Imparare a lavorare in sinergia. Questa è l’abitudine della cooperazione creativa: il principio secondo il quale la collaborazione verso il raggiungimento di uno scopo permette di realizzare spesso di più di quanto potrebbe essere realizzato dagli individui che lavorano indipendentemente. Cooperazione è una chiave importante.

Affilare la propria lama. Per Covey, dovremmo, sempre, apprendere dalle nostre esperienze precedenti. E dovremmo incoraggiare gli altri a fare lo stesso. L’autore vede lo sviluppo e l’auto-miglioramento continuo come una delle funzioni più importanti per potere far fronte alle sfide e per aspirare a livelli elevati di abilità.

Per l’autore la persona di successo, prima di tutto, deve avere carattere. Una persona di carattere rimane fedele ai propri valori, animata dal desiderio di saper ascoltare con maggiore attenzione, amare in modo incondizionato e cercare di comprendere gli altri.

Le Considerazioni di Covey ruotano attorno ad un’idea molto semplice: “Bisogna prima di tutto crescere come individui”. Prima di poter iniziare a fare, dobbiamo apprezzare e perfezionare la persona che siamo: una persona di successo corrisponde a un individuo che si assume degli impegni e li mantiene, onorando le promesse fatte; ammette i propri errori subito e apertamente; valuta il divario fra stimolo e risposta; gli capita di rado di “dover” fare qualcosa, e quando lo fa è per scelta, capisce che il tempo è prezioso e che “successo” significa semplicemente essere noi stessi ma in modo organizzato; inoltre è disposto a fare cose che gli altri non vogliono assumersi il compito di fare, pur di raggiungere un obiettivo superiore.

La gestione del tempo, la comunicazione, la strategia, la gestione delle informazioni, sono tutte cose importanti ma che vengono in secondo piano. Il lavoro più impegnativo sta nel migliorarsi, nel curare la persona che si è, e non nello svolgere attività! Covey spiega che spesso la crescita personale deriva non tanto dal fare qualcosa di nuovo, quanto dalla capacità di vedere una stessa cosa sotto una luce nuova. Abbiamo tutti delle mappe mentali del nostro mondo che, a torto, scambiamo per il territorio che ci circonda realmente. Se restiamo ancorati alle nostre vecchie mappe non riusciamo a vedere la vera configurazione del terreno e ci perdiamo.

Dobbiamo mutare i nostri paragdigmi, il nostro modo basilare di vedere il mondo. I paradigmi scientifici, come la convinzione tolemaica che l’universo girasse intorno alla terra, vengono sostituiti da paradigmi nuovi basati sulla prova in contraddittorio, in tal modo il territorio su cui ci muoviamo cambia continuamente. A questo proposito Covey cita Einstein: ”I problemi rilevanti che ci si presentano non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero in cui ci trovavamo quando li abbiamo creati”.

Se i cambiamenti più piccoli nella nostra vita possono essere effettuati mediante delle modifiche del nostro atteggiamento e del nostro comportamento, le questioni più rilevanti possono essere affrontate esclusivamente attraverso una modifica del proprio io.

Per questo motivo, l’unità basilare di cambiamento di Covey è l’abitudine, poiché quello che facciamo o a cui pensiamo in continuazione fa di noi la persona che siamo e diventa la lente attraverso cui vediamo le cose. Diversamente dall’atto eroico o dalla grande prestazione frutto dello sforzo estemporaneo, l’abitudine è un comportamento ripetuto nel tempo volontariamente, finalizzato all’ottenimento di un risultato durevole e ripetibile. Un’abitudine scelta consapevolmente, ci permette di ottenere risultati stabili e duraturi nel tempo.

A differenza di gran parte delle pubblicazioni nel campo del successo, The 7 Habits of Highly Effective People (Le 7 regole per avere successo) Si discosta notevolmente da tutta la letteratura motivazionale ed è più un libro di idee. Esso ha preannunciato una nuova era per il genere, basandosi sulla costruzione di un nucleo di principi personali, laddove in precedenza l’enfasi era stata posta sulla manipolazione del comportamento.

Questo testo ha precorso molti elementi che costituiscono la disciplina del coaching personale, ivi compresa la ricerca di situazioni da cui “escono tutti vincenti”. Paradossalmente, nonostante “Le sette regole per avere successo”sia uno dei libri sul successo più impegnativi da adottare e da mettere in pratica in un percorso di sviluppo personale, è il bestseller attuale su questo genere; persino in Cina, nonostante il recente approdo al capitalismo, questo testo è tra i più venduti.

Le 7 Regole per Avere Successo

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Questo 2009 che si sta chiudendo ha fatto vivere a tutti noi, chi più chi meno, un periodo di incertezza. Le continue notizie di crisi provenienti dai media, ci hanno trasmesso un senso di accresciuta e nuova precarietà. Tutti noi, dipendenti, lavoratori autonomi, professionisti, almeno una volta nel corso di quest’anno, ci siamo trovati a chiederci se domani avremmo continuato a svolgere lo stesso lavoro che facevamo ieri e che abbiamo fatto fino ad oggi, e quali sarebbero state le nostre prospettive di carriera.

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