Il Rapporto sul futuro della formazione in Italia, stilato dalla commissione De Rita affronta il tema della formazione in Italia, proponendo un modello nuovo e più moderno del concetto di formazione, che tenga conto della centralità della persona e che sia indissolubilmente legato alla dimensione lavorativa, come ipotizzato sul Libro Bianco del welfare, che rappresenta la fonte principale di questo testo.

La critica si muove in particolare verso la totale assenza di comunicazione tra il mondo della formazione e quello del lavoro: “Pensare alla formazione sulla base dei due valori costituzionali – la persona e il lavoro – significa realizzare una offerta formativa finalizzata alla occupabilità dei singoli, cioè permettendo al cittadino di contare su un bagaglio di competenze con cui accedere nel mercato del lavoro e restarvi, adattandosi ai continui e rapidi cambiamenti, sulla base di rinnovate conoscenza, abilità, competenze che portano anche a una maturazione sempre più articolata e profonda della personalità di ciascuno”.

 

L’Italia, per quanto concerne la formazione, è molto indietro sia in campo qualitativo che quantitativo rispetto agli standard europei: tutto ciò è testimoniato dai dati dell’indagine Excelsior (che denuncia la carenza di validi profili adatti a rispondere alle future esigenze del mercato del lavoro italiano) e dai dati sugli abbandoni scolastici (14,3% in Italia contro il 19,8% dell’obiettivo di Lisbona), che dimostrano come i contenuti e le modalità della scuola italiana offrano prospettive ancora troppo basse, probabilmente anche perché privi di qualsiasi proiezione realistica su un futuro inserimento lavorativo.

Il Rapporto, rilevato questo pesante divario, suona il campanello d’allarme rispetto alle proiezioni al 2020 sulla domanda e offerta di lavoro europee che vedono il nostro paese impreparato a fronteggiare la prevista crescita di lavoratori sempre più qualificati. I dati forniti dal Cedefop, l’agenzia della Commissione Europea, attestano che oggi in Italia abbiamo una percentuale di basse qualifiche che si attesta al 45,2% a fronte del 28% della media europea; abbiamo il 42% di competenze intermedie contro il 48 medio dell’Europa e abbiamo il 12,8% delle competenze alte contro il 23,1 della Germania, il 26,6 della Francia e il 23,8 medio dell’Europa. La Commissione Europea ci chiede, entro il 2020, una struttura così composta: 50% circa di competenze intermedie, non più del 20% di competenze basse e almeno del 30% di quelle alte.

Secondo la commissione, una delle più grandi carenze del nostro sistema formativo professionale è l’autoreferenzialità dell’offerta, che non tiene conto dei reali bisogni delle persone, in particolare le fasce più deboli del mondo del lavoro, né tantomeno di quelli delle imprese. Una maggiore attenzione a queste esigenze dovrebbe rappresentare l’elemento fondamentale del nuovo sistema formativo e, avvicinandosi alle strategie europee, la base su cui costruire un vero modello di apprendimento lungo l’intero ciclo della vita, integrato con politiche lavorative realmente attive in cui siano riconosciuti tutti i “luoghi formativi”, ivi compresi i contesti informali e non formali di apprendimento e, soprattutto, le imprese. Queste ultime sono infatti, secondo il Rapporto, il contesto privilegiato di sviluppo delle professionalità e di certificazione di competenze di vario tipo; l’uso del linguaggio delle competenze nel mondo della formazione e del lavoro è indispensabile per poter poter prevedere e giocare d’anticipo sulla domanda e l’offerta di professionalità e quindi per ridurre gli squilibri tra percorsi formativi e carriere professionali. È inoltre assolutamente necessario costituire una nuova governance del sistema formativo capace di identificare i settori produttivi trainanti e i bisogni del territorio che dovrebbero costituire la premessa per definire i bisogni di formazione: “Il nuovo quadro di governance del sistema di istruzione e formazione dovrebbe mutuare dall’Europa il metodo del «coordinamento aperto» in cui la cooperazione istituzionale rafforzata di tutti gli attori sia finalizzata alla graduale riqualificazione dell’offerta formativa per il raggiungimento di consistenti risultati e impatti occupazionali”.

Tale risultato si potrà ottenere a patto che tutti i soggetti di governo assumano la medesima strategia di convergenza sia sulla dotazione complessiva delle risorse, sia sugli obiettivi che si vogliono perseguire. Il ruolo del Ministero del lavoro a questo proposito è decisivo, promuovendo la nuova concezione della formazione presso le varie istituzioni competenti, richiamando le Regioni a esercitare il proprio ruolo e, infine, sollecitando il superamento dei gravi squilibri sul territorio nazionale. In altre parole, per rifondare il futuro della formazione in Italia sarà necessario muoversi verso una cooperazione tra le istituzioni, per cui le Regioni più dinamiche possano agire da pungolo e traino rispetto a quelle che, anche per mancanza di consapevolezza e volontà politica, restano il fanalino di coda del Paese.

L’obiettivo da raggiungere è quindi una generalizzazione di metodologie concordate tra Stato, Regioni e parti sociali per costruire un sistema informativo e una modalità di monitoraggio e di valutazione degli interventi che dia una visione d’insieme dell’impatto realizzato, evitando sprechi di risorse e inutili duplicazioni. Di grande rilevanza è la proposta di centrare la formazione non più sulle varie tipologie dei percorsi ma sulle competenze acquisite, modificando anche il ruolo dei formatori, che dovrebbero esercitare più un ruolo di facilitatori e di stimolatori piuttosto che di “docenti tradizionali”. A ciò consegue necessariamente l’idea di costruire un sistema nazionale di certificazione delle competenze acquisite sia nei percorsi di istruzione e formazione sia sul lavoro.

La grande importanza attribuita alle competenze specifiche porta con sé un cambiamento sostanziale, formale e culturale; tale distinzione è necessaria per superare l’annoso pregiudizio gentiliano, che predilige le carriere liceali e accademiche rispetto ai corsi di studi professionali. Il Rapporto prende atto anche del problema della dispersione dell’offerta formativa sul territorio nazionale proponendo di ampliare e meglio articolare la rete di attori, troppo a lungo “presidiata da soggetti istituzionali erogatori di una formazione sterile, slegata dalle reali esigenze aziendali e tanto meno pensata sui bisogni singoli.”

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INTERVISTA A GIUSEPPE DE RITA 1a Parte (a cura di Isfol – www.isfol.it)

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INTERVISTA A GIUSEPPE DE RITA 3a Parte (a cura di Isfol – www.isfol.it)

 

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Autore: Luciano Cassese

Luciano Cassese CEO Fosforo24 Fondatore ed editore di Professioneformatore.it Trainer, Speaker, Self Marketing Coach, Imprenditore On Line Appassionato Marketing, Sviluppo Personale, Meditazione https://www.lucianocassese.it