Uno dei temi più trattati dalla psicologia è la motivazione. Questo tema sta assumendo, oggi, un peso sempre più rilevante nella formazione e nella gestione delle risorse umane, e la sua importanza cresce sempre più in funzione dell’accelerarsi del processo di terziarizzazione dell’economia italiana.
Premetto che di solito evito di parlare di trucchi, segreti o regolette, quando si parla di tematiche legate alla personalità ma, in questa occasione mi sembrava utile stabilire dei punti chiave sui quali focalizzare la tua attenzione . Per questo ho deciso di pubblicare queste riflessioni sotto forma di sette regole.
In questo post il tema della motivazione non viene affrontato dal punto di vista del comportamento individuale cioè “cos’è che ci motiva al lavoro” ma dal punto di vista di chi deve gestire una squadra quindi “come fare a motivare la propria squadra di lavoro a dare il massimo?” in un periodo di incertezza come quello in cui oggi viviamo, e a superare la dicotomia tra obiettivi personali e obiettivi dell’azienda.
La Motivazione è la leva competitiva dei nostri giorni!
Su un mercato del lavoro, sempre più competitivo e flessibile, così come quello che si è strutturato in questi ultimi anni, la motivazione dei propri collaboratori è diventata una variabile strategica per l’impresa, in quanto può fare realmente la differenza fra raggiungere o mancare gli obiettivi di performance prestabiliti. Le persone oggi possono determinare il successo o l’insuccesso di ogni organizzazione e possono, inoltre, essere una notevole fonte di vantaggio competitivo.
In questo tempo alle aziende italiane viene chiesto molto di più che produrre semplici prodotti fisici standardizzati. Oggi si chiede di essere flessibili, offrire servizi, rispondere ai bisogni sempre nuovi della clientela, ridurre i costi, aumentare le opportunità, migliorare l’esperienza d’uso etc etc.
Di conseguenza anche al lavoratore oggi non è chiesto più soltanto di eseguire semplici e ripetitivi compiti manuali ma, di approcciare quello che fa con intelligenza creatività, dedizione,. e questo tipo di richieste vengono formulate a tutti i livelli. Non c’è quasi nessuna qualifica professionale che sia esonerata da questo generale aumento delle aspettative. In altre parole oggi, tutti i lavoratori devono fare molto di più, di quello che facevano un tempo ma, con minori risorse.
Il sogno di ogni imprenditore, e di ogni coordinatore di risorse umane, è quello di trovare collaboratori auto-motivati che lavorino coscienziosamente, con assiduità, che desiderano esprimere al meglio il proprio potenziale nel contesto organizzato al quale appartengono.
L’esperienza quotidiana tuttavia, ci fa notare che nella realtà esistono diverse tipologie di lavoratori. Ci sono degli individui che nello svolgere le proprie mansioni si applicano il minimo indispensabile, arrivano spesso tardi in ufficio, non rispettano le scadenze e riescono raramente a portare a termine i propri compiti e trovano sempre molte giustificazioni ai propri fallimenti. All’opposto ci sono poi persone che, in tutti i progetti si applichino e cercano di dare il massimo, lavorano tanto, spesso trattenendosi in ufficio oltre l’orario di lavoro e accolgono i nuovi incarichi con entusiasmo, sono ambiziosi, e mossi da una spinta a fare sempre meglio. Ci sono, infine, gli individui che mercanteggiano in continuazione, ad ogni nuovo incarico cercano di capire cosa possono guadagnare di più in termini di tempo e di danaro, che rimandano continuamente le scadenze perché cercano di accaparrarsi quanti più lavori possibili. La motivazione è quello che fa realmente la differenza tra tutti questi tipi di lavoratori.
Ma cos’è, esattamente, la motivazione?
Essa può essere definita come ciò che spiega l’inizio, la direzione, l’intensità e la persistenza di un comportamento diretto a uno scopo (De Beni e Moè, 2000). Il termine MOTIVAZIONE deriva letteralmente da Motivo-azione, cioè il “Motivo” che ci spinge a compiere una determinata “Azione”. In altre parole è l’insieme degli scopi che spingono una persona ad agire e a mettere in atto un comportamento in direzione degli obiettivi da raggiungere.
Per molto tempo si è creduto anche erroneamente che per ottenere il massimo da un collaboratore bastasse condizionare l’elargizione di premi o eventuali punizioni alla qualità dei risultati prodotti. E così per anni si sono organizzate le politiche motivazionali attraverso strumenti quali stipendio (Valore materiale) e Carriera (riconoscimento sociale all’interno dell’organizzazione ).
Effettivamente, l’abilità di riconoscere queste leve può consentire all’imprenditore accorto di attivare, talvolta, risorse insperate nel proprio collaboratore. Tuttavia, al giorno d’oggi sempre più spesso questo non è sufficiente ad assicurare l’assiduità e la continuità, negli anni, del livello di prestazione desiderato.
In primis la motivazione è un fattore essenzialmente soggettivo: ognuno di noi è motivato da fattori differenti. Essere motivati al lavoro significa svegliarsi felici per l’inizio di una nuova giornata lavorativa, non sentirsi stanchi ed essere sempre alla ricerca di nuovi traguardi.
Alcune persone sono più attratte dal denaro, altri dalla sensazione di essere considerati i migliori, di essere riconosciuti nel proprio ruoli altri ancora dalla sfida materiale con gli avversari, altri dall’opportunità di esprimere la propria creatività.
Inoltre non sempre gli obiettivi del lavoratore coincidono con gli obiettivi del gruppo. O meglio spesso il lavoratore percepisce una dicotomia una contrapposizione tra i propri obiettivi personale e gli obiettivi dell’azienda nel suo complesso. (Definizione di Motivazione secondo Wikipedia)
Il problema della motivazione è questione di obiettivi!
La questione che vorrei porre in questo articolo non è tanto quella di spiegare “cosa motiva le persone al lavoro” (di cui tra l’altro internet è piena di post con rispettive risposte) quanto piuttosto quella di offrire una piccola risposta alla domanda :
“come allineare gli obiettivi del lavoratore agli obiettivi dell’organizzazione?“
Spesso la mancanza di motivazione non è legata alle politiche degli incentivi (“faccio un lavoro che mi da lo stipendio migliore”) e nemmeno alle caratteristiche specifiche del ruolo professionale di un singolo lavoratore (“faccio un lavoro che mi piace con il quale esprimo me stesso”) quanto piuttosto ad alla percezione di una dicotomia, una contrapposizione tra gli obiettivi dell’azienda e gli obiettivi del lavoratore (“mi conviene legare il mio futuro professionale a questa squadra”).
Del resto viviamo un periodo di incertezza sul mercato, è facile che si manifesti nel lavoratore il dubbio sull’affidabilità nel medio e nel lungo termine dell’azienda con la quale collabora. Molti studiosi di organizzazione negli anni ottanta già avevano notato che i dipendenti delle aziende non competevano tra loro per lo stipendio migliore ma per il “Posto” cioè per il ruolo professionale nel quale erano coinvolti. Il “Posto” influiva nel medio termine sulle prospettive di carriera svolte anche in contesti professionali differenti. Quindi un lavoratore che diventava assistente al direttore del personale nell’azienda X.spa poteva ambire a diventare anche direttore del personale presso l’azienda Y.spa rivendendosi il “titolo del ruolo professionale” che aveva svolto. Quindi, negli anni ’70 e ’80 era diffusa la convinzione che lavorare in grandi strutture in ruoli particolari del management garantisse il successo professionale perpetuo.
Il “percorso di carriera” era lo strumento principale sul quale fare leva per stimolare la motivazione nel personale. Ma oggi quante sono le aziende che riescono ad operare nello stesso modo?
Ben poche direi! anzi nessuna. Non c’è nessuna azienda che garantisce un percorso lineare e progressivo di crescita. C’è da dire di più! Negli ultimi anni sono sempre di più quelle aziende che hanno dimostrato di non essere capaci nemmeno di garantire una continuità lavorativa. Non sono poche le aziende che con la crisi hanno espulso personale anche a livello manageriale. Nel 2009 si è stimato che oltre 10.000 quadri e dirigenti hanno perso il proprio posto di lavoro nella sola Lombardia.
La domande che oggi si pongono sempre più spesso i lavoratori sono e che influiscono sul livello di motivazione sono :
“mi conviene dedicare gran parte delle mie risorse per partecipare a questa squadra?” e ancora
“se faccio oggi un sacrificio e investo risorse emotive, psicologiche e formative in questa esperienza, in questo percorso professionale, questa azienda farà lo stesso con me nel momento del bisogno o non scapperanno tutti al richiamo del si salvi chi può?”
“mi conviene di più passare il mio tempo libero per perfezionarmi nel ruolo che mi viene proposto dall’azienda o investire il mio tempo per dedicarmi ad una seconda attività, o fare semmai un lavoro a nero o a vendere qualcosa su internet? In fondo io sono solo uno dei tanti dipendenti di una azienda che non è la mia”.
Questa è la dicotomia a cui faccio riferimento, una contrapposizione di obiettivi tra lavoratore e azienda. Mentre l’azienda cerca di produrre risultati un po’ per tutti i soggetti coinvolti e interessati il lavoratore pensa a salvare se stesso. Ripeto questa contrapposizione prima era risolta con una serie di strumenti (la carriera, i benefit, i posti e gli stipendi) che oggi sembrano essere inefficaci proprio a causa dell’incertezza del mercato. Molti manager, sbagliando rispondono a questa ansia proponendosi come immuni dal problema :“non ti preoccupare questo posto e sicuro siamo una grande azienda, noi facciamo 5.000 (10.000, 100.000 dipendenti)” ma, a mio personale giudizio queste sono risposte vecchie che hanno fatto il loro tempo.
E’ sotto gli occhi di tutti come grandi molte grandi aziende continuino a espellere personale. C’è bisogno di risposte nuove a domande nuove.
Per un manager, quindi, oggi diventa molto importante sviluppare la capacità di comunicare al collaboratore che si è tutti dalla stessa parte e che quella esperienza lavorativa sarà comunque funzionale alla crescita professionale e personale dell’individuo.
L’ansia del collaboratore nei confronti dell’incertezza nel futuro può essere curata soltanto comunicando due cose: spirito di squadra e crescita personale:
spirito di squadra: “è vero viviamo nell’incertezza ma in questa avventura non sei solo, siamo una squadra un gruppo che affronta insieme questo periodo minaccioso” e ancora
crescita personale: “comunque vada anche nel caso in cui non lavorerai più con noi, avrai comunque accumulato tanta esperienza e sarai notevolmente cresciuto professionalemente”
Per un manager, quindi, diventa molto importante conoscere alcuni aspetti del comportamento umano, e sviluppare una buona comunicazione in termini motivazionali. Ecco quindi una serie di sette regole /abilità che devono essere sviluppate da parte di un manager per motivare il proprio gruppo, e per far sentire partecipe il lavoratore della stessa avventura.
Le sette regole
1. Dare sempre un feedback
Il Feedback è il processo attraverso il quale si forniscono informazioni di ritorno derivanti dal un comportamento o una azione.
Gli esseri umani desiderano ardentemente avere un riscontro alle loro azioni. È una caratteristica innata nel genere umano. Ogni genitore lo sa se di prova a ignorare un bambino di tre anni questo cercherà di ottenere attenzione in molti modi differenti, ma se si continuerà a trascurarlo, presto si metterà a piangere o romperà qualcosa, perché qualsiasi tipo di feedback, anche quello negativo, è meglio dell’assenza totale di feedback. L’assenza totale di feedback porta all’apatia. Un bambino che quando piange non riceve alcuna risposta presto smetterà di piangere e lentamente si intristirà sempre di più perdendo la voglia di fare qualunque cosa, anche di giocare e anche di mangiare. È stato dimostrato che i bambini quando continuamente ignorati smettono di nutrirsi.
Alcuni pensano che questo principio si applichi soltanto ai bambini, ma in realtà vale ancor di più per gli adulti.
I tuoi collaboratori non sono diversi. Se tronchi il feedback, le loro menti ne elaboreranno uno personale, spesso basato sulle loro peggiori, ansie, paure e angoscie ; e così inizieranno a fantasticare “non mi ha detto nulla perchè ce l’ha con me” o peggio “non ci dice niente perché siamo in crisi già sta pensando a come mandarci a casa” .
Inoltre considera che gli esseri umani bramano un feedback reale basato su dati concreti, non semplici commenti condiscendenti e tranquillizzanti “non ti preoccupare sei bravo quello che fai va sempre bene”.
I buoni risultati richiedono un feedback continuo e, se si pretende il massimo dai collaboratori, si deve per forza essere aggiornatissimi sui numeri e su quello che significano. I migliori motivatori fanno i compiti a casa e sanno sempre qual è la realtà dei fatti, e ne rendono sempre partecipi i loro collaboratori. Pensa di essere un allenatore di un grande campione di corsa. Quando fai fare un giro di campo al tuo campione lo misuri con il cronometro e cosa gli dici ? : “hai fatto 2 decimi in meno bravo” oppure in maniera superficiale “guagliò sei bravo non ti preoccupa’ “.
2. Essere di esempio
Sei stato in libreria negli ultimi dieci anni? Hai notato quanti sono i libri scritti dai cosiddetti “Veri guru”? Il guru del marketing, il guru dello sviluppo personale, il guru del web marketing, del neuromarketing, del self brand, della finanza e chi più ne ha più ne metta. Viviamo il periodo del GURU-ISMO . Sai perché?
In un momento di incertezza come quello in cui viviamo le persone sono alla continua ricerca di esempi da seguire, di qualcuno che ha già fatto quella cosa e l’ha fatta bene vincendo. Niente è più motivante che un esempio concreto di successo da seguire alla portata di mano. Se vedo che una persona più o meno simile a me ha avuto successo lavorando, mi convincerò che posso averlo anche io.
Quando sei in prima linea e risolvi i problemi da solo, stimoli gli altri a fare lo stesso; quando fai le cose che vorresti facessero loro, li ispiri. Cerca quindi di essere una fonte di ispirazione. I tuoi collaboratori preferiscono essere ispirati piuttosto che rimproverati o corretti, e lo preferiscono a qualsiasi altra cosa. Questo perché oggi tutti siamo alla ricerca di un orientamento personale. Tutti siamo alla ricerca di modelli da seguire. Che indirizzo diamo alla nostra vita? Questa è una delle grandi domande che ci poniamo tutti i giorni.
In termini di motivazione, essere di esempio ha un impatto maggiore e più duraturo rispetto a qualsiasi altra tecnica e cambia le persone in modo più profondo e più completo. Essere di esempio ha un potere enorme sugli altri in quanto stimola tutta una serie di meccanismi psicologici dell’apprendimento (di cui forse ti parlerò in un altro articolo) Quindi sii quello che vorresti vedere negli altri.
Se vuoi che i tuoi collaboratori siano più positivi, sii più positivo; se vuoi che siano più fieri di quello che fanno, sii più orgoglioso del tuo lavoro. Mostra loro come si fa. Vuoi che abbiano un bell’ aspetto e vestano in modo professionale? Fallo tu per primo. Vuoi che arrivino in orario? Arriva sempre in anticipo (e spiega il perché… Chiarisci che cosa significa la puntualità per te, non per loro).
3. Dire sempre la verità
I grandi leader hanno tutti la stessa abitudine: dicono la verità senza esitare, a differenza di altri manager. La verità del resto è difficile da nascondere. Chiunque ha studiato un po di comunicazione o un po’ di PNL da bene che le bugie non sfuggono ad un osservatore attento. Se nascondi qualcosa ai tuoi collaboratori prima o poi si accorgeranno che non sei sincero e penseranno al peggio. Se ne accorgeranno dall’espressione del tuo viso, da come cammini da come stai seduto sulla sedia e da tantissimi altri piccoli elementi di comunicazione non verbale. Meglio è comunicare sempre le informazioni anche quando sono negative. Poi semmai si cerca di enfatizzarne gli aspetti positivi.
I grandi venditori e tutti i leader che ottengono performance migliori dal proprio team e hanno il maggiore successo professionale, sono persone che danno molto. Si mantengono sempre in contatto con il loro potere di fare di più, offrendo ai loro committenti interni ed esterni diversi tipi di vantaggi (informazioni utili, offerte di servizi, rispetto per i loro tempi, supporto ai loro successi, conversazioni amichevoli, ringraziamenti sinceri, notizie in esclusiva), dando, dando, dando tutto il giorno, mettendo sempre i desideri e i bisogni del cliente al primo posto. Fanno sempre le domande più opportune e ascoltano sempre più attentamente di chiunque altro. Man mano che questo tipo di impegno aumenta e si allarga e, grazie a una comunicazione creativa e in continuo sviluppo, ogni cliente è fatto oggetto di questi privilegi, il venditore diventa un vero esperto di psicologia del cliente e del comportamento d’acquisto. E quel venditore comprende che un livello di abilità professionale così vertiginosamente alto può essere acquisito solamente attraverso una potente interazione basata sul vantaggio reciproco!
4. Non perdere di vista il risultato
Ricorda sempre che il tempo che dedichi ad aiutare un collaboratore produttivo aumenta la produzione del tuo team in misura maggiore rispetto al tempo che passi con un improduttivo.
I manager devono semplificare, semplificare, semplificare. Non devono fare quello che fanno di solito: complicare, occuparsi di più cose contemporaneamente e ancora complicare. Mantieni le cose più semplici possibile per gli improduttivi, concentrandoti soltanto sui risultati. Passa sempre più tempo con i produttivi, che sono alla ricerca di quel mordente in più che possono ricevere da te.
Gli improduttivi, invece, devono imparare un’ enorme lezione da te: ogni giorno possono rendersi conto che la loro produttività è la conseguenza diretta della loro volontà (o mancanza di volontà) di raggiungere un determinato risultato.
Concentrati sui risultati. Conquisterai sempre ciò per cui ti impegni intensamente. Se ti concentri soltanto sulle attività, ecco cosa otterrai: un mucchio di attività. Ma se ti focalizzi sui risultati, allora otterrai un mucchio di risultati.
5. Essere consapevoli della propria comunicazione
Comunica consapevolmente. Sii conscio dell’effetto delle tue parole.
Viviamo nell’era dell’informazione. I tuoi collaboratori usano la mente in modo creativo e produttivo tutto il giorno. E tutti usano la comunicazione per guadagnarsi da vivere.
Oggi, più che in passato, la comunicazione è la nostra linfa vitale, ed è la linfa vitale di ogni organizzazione. Tuttavia, diverse aziende affidano ancora gran parte della loro comunicazione al caso, al “buon senso”, o a vecchie tradizioni che non sono più adatte a mantenere un buon livello di informazione che coinvolga tutti quanti nelle strategie.
La comunicazione è la fonte della fiducia e del rispetto all’interno di ogni tipo di organizzazione, quindi si deve giocare a carte scoperte il più spesso possibile.
Quando accresciamo la nostra consapevolezza riguardo all’importanza della comunicazione, questa viene potenziata. Quando ci prendiamo la piena responsabilità del modo in cui comunichiamo, l’organizzazione viene potenziata.
6. L’importanza del linguaggio
Le parole significano cose; le parole che formano pensieri e creano cose. Le parole danno inizio alle cose: cambia un’unica parola in quello che stai dicendo e potrai terrorizzare un bambino. Una parola spaventosa può far piangere e tremare un bambino. Usane un’altra e il bambino tornerà felice. Le parole comunicano scenari, energia, emozioni, possibilità e paure.
Un debito a seguito di un investimento che non sta dando immediatamente i risultati sperati può essere comunicato in due modi : “siamo rovinati, siamo pieni di debiti, non c’è un soldo” oppure “stringiamo i denti per essere realmente tutti più forti e ottenere quello che ci eravamo prefissati”. La leadership si basa sulla volontà personale e interiore. È vivere una vita incentrata sulla chiarezza dello scopo. Il vittimismo non è basato sulla volontà, ma sul percepire se stessi come vittime delle circostanze e delle opinioni altrui. La vittima è sempre ossessionata da quello che pensano gli altri.
Essere ossessionati tutto il giorno dalle opinioni degli altri è il modo più veloce per perdere l’entusiasmo per la vita. È il modo più veloce per perdere quell’energia fonda¬mentale che ti permette di fare tutto ciò di cui vai orgoglioso. Avrai notato che i bambini non sembrano avere questa preoccupazione: per la maggior parte, quando stanno facendo qualcosa che li diverte molto, sembrano dimenticare che qualcuno li sta osservando e dimenticano persino tutto il mondo esterno. Sono completamente coinvolti. I grandi leader fanno la stessa cosa. Per approfondire il tema del legame tra Motivazione e comunicazione leggi anche questo articolo.
7. Occhi aperti e non smettere mai di imparare !
Il cambiamento spaventa tutti! La notizia del cambiamento spaventerà i tuoi collaboratori nella stressa misura in cui spaventa te. Quindi un altro modo per costruire la tua forza interiore come leader è aumentare la tua consapevolezza di cos’è la vita e di come funziona il mondo, e di come funziona l’ambiente del lavoro. Più ne sarai conscio, migliore sarai come leader.
Un tempo i leader erano diretti da altri leader, i manager: da altri manager, e non c’era molto spazio per muoversi in mezzo. Adesso, però, le cose sono così complesse e in continuo mutamento che è come sospendere ogni volta la partita al fischio di inizio invece di giocare regolarmente.
La vita è cambiata profondamente e continuerà a cambiare ancora più velocemente con il passare del tempo. Questa è una buona notizia per un leader che si impegna a esserne sempre più consapevole.
Per questo non interrompere la tua curva di apprendimento e dimostra ai tuoi collaboratori che continui a imparare. Non avere sempre quell’atteggiamento da “signor so tutto”. Fai vedere che in te ci sono “lavori in corso”: sarà più facile, per loro, sottoporti buone idee.
I manager, per la maggior parte, sono così insicuri nel loro ruolo, che cercano continuamente di far vedere che sanno tutto. Non partecipano mai ai seminari e disprezzano i libri di teoria del management, ma questo atteggiamento demoralizza i loro subordinati. Tutti possiamo imparare qualcosa di nuovo, ogni giorno, sulla nostra professione. Poco a poco possiamo incrementare le nostre conoscenze di base, aumentando la nostra competenza professionale e la nostra capacità di aiutare gli altri. La felicità è crescita, siamo felici quando cresciamo. E la gente felice motiva meglio di quella infelice.
Conclusioni
In questo articolo abbiamo affrontato e discusso la questione della motivazione del personale da un punto di vista diverso dal solito. Ci siamo posti la domanda “come superare la contrapposizione tra gli obiettivi del lavoratore e obiettivi dell’azienda. Molto spesso il management aziendale continua a dare risposte datate a problemi nuovi come quello dell’incertezza del mercato del lavoro.
I due elementi per generare opportuna motivazione nei propri collaboratori abbiamo visto essere la costruzione di uno spirito di squadra e l’attenzione alla crescita personale del lavoratore attraverso una comunicazione corretta da parte del management.
L’applicazione costante di queste 7 regole di motivazione dovrebbe aiutare il management a costruire nel tempo questo rapporto comunicativo migliore a generare motivazione e a sviluppare uno spirito di squadra più coeso.
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Ho letto il tuo articolo …. anche se la mia situazione mi è ben chiara da tempo …. tu concludi scrivendo “allora è davvero il momento di cambiare! Anche se c’è la crisi!” ,
scusa la mia provocazione …. come dare una svolta?????
sono un assistente sociale che lavora nel privato sociale e nel settore che più mi appassiona – minori- e ritengo di essere soddisfatta della mia scelta professionale ……. ciò che non va ???? …. delle mie risposte alle domande 4), 5), 6), 7) e 8) …… riferisco solo ….. non mi pagano da sei mesi, subisco pressioni perchè in azienda cercano di indurre alle dimissioni alcune figure professionali……. Ma dov ‘è l’alternativa ????? considerato che ho 44 anni??????
Intanto grazie a Luciano per l’interessante articolo. Di questi tempi capisco che possa risultare quasi provocatorio “concedersi il lusso” di porsi certe domande. Mi occupo di formazione da tanti anni, e da quando sono anche coach, cerco sempre di capire quale è il livello di cambiamento possibile per il cliente che ho davanti. Dato il contesto economico ed il settore di attività di Sandra (n.d.r. in cui ho lavorato anche io), ad esempio, mi sembra chiaro che si tema di perdere il poco che si ha, lavorativamente parlando.
Credo che possiamo anche permetterci di domandarci quale sono le opzioni che ho a disposizione. Come potrei migliorare la mia situazione lavorativa senza rinunciare alla mia struttura motivazionale? Come posso migliorare la mia employability (intesa come appetibilità sul mercato)?
Siamo sicure/i di aver cercato tutte le alternative o siamo ancora nella nostra zona di comfort?
Auguro a tutte/i noi di scavare fino in fondo per trovare le risposte più autentiche anche a queste domande!
Buon Lavoro!
sono daccordo con te sandra. sono nella tua stessa situazione lavorativa essendo un educatore.conoscendo anche le dinamiche lavorative nel privato sociale si fa presto a parlare.
Ciao Giorgio ,
Anche io lavoro nello stesso tuo settore anche se sono un formatore.
QUando parlo di solito parlo per esperienza. Come rispondevo a sandra ho cambiato lavoro proprio di recente . E ti assicuro si può fare ! se si cerca si trova la strada per la propria realizzazione !
Ciao Sandra
Innanzitutto grazie per questa risposta sincera a questo post !
Io l’ho fatto più volte!
Più volte mi sono posto queste domande più volte ho cambiato completamente lavoro (anche sbagliando le mie scelte e anche sbagliando nei comportamenti alle volte anche sbattendo la porta) e l’ultimo cambiamento l’ho fatto proprio nel 2011 a settembre in piena crisi economica, e sopratutto poco dopo essermi sposato con fitto da pagare e tutto quello che ne consegue!
Ho fatto un vero e proprio salto nel vuoto! ho interrotto un rapporto di partenariato (ero senjor partner di una società di formazione) che durava da oltre tre anni. Quando ho interrotto questo rapporto, ero in perdita, con tanti crediti da recuperare che non sapevo se avrei mai recuperato, non sapevo cosa avrei fatto e non avevo un progetto definito. Avevo solo un obiettivo e mi sono voluto mettere alla prova. Il progetto si è definito strada facendo in un mese.
Risultato : oggi sono qui molto più contento e soddisfatto di prima e sono qui a parlartene!
Certo potresti obiettare che nel mio caso … essendo un lavoratore autonomo e free lance sono molto più abituato al cambiamento di molte altre persone. … quindi per me è più facile cambiare . Ma posso dirti che c’è sempre tempo e sopratutto spazio (opportunità) per cambiare. Ti basta solo cercarle!
Se ti poni l’obiettivo di trovare soluzioni e sopratutto ti poni le domande giuste la soluzione arriva!
LA resistenza maggiore al cambiamento non è data dall’ambiente, dalla situazione contingente, dalla crisi o dal lavoro che manca. La resistenza più grande è data dalla paura di perdere ciò che si ha.
Lo so perchè l’ho vissuto anche io. Tante volte ho affrontato insoddisfazioni frustrazioni etc etc. per paura di non farcela, per paura di fallire, per paura del giudizio delle persone care. E questo errore l’ho ripetuto più volte nel corso della mia carriera professionale. Anche lo scorso anno.
Per più quasi un anno (2011) ho affontato una situazione lavorativa insoddisfacente sotto tutti i punti di vista per paura del VUOTO .
Capisco molto bene le tue parole … in parte sembrano quelle che pronuncio anche io nei momenti di scoramento. Ma sono parole dettate dalla stanchezza. Non sono le ultime parole sulla tua vita professionale.
Guardati attorno ! e inizia a vedere se intorno a te o nella tua rete di rapporti o da altre parti, potrebbero aprirsi opportunità! datti come obiettivo quello di identificare , stanare , opportunità professionali o di business! Chi lo sa ? domattina potresti decidere di diventare un imprenditore!
CHiediti cosa davvero ti piacerebbe fare nella vita e Fai lo sforzo di cercare opportunità per un mese, senza abbandonare il tuo attuale lavoro. Tra un mese ti saranno venute tante idee e avrai scovato tante opportunità di lavoro.
Tante volte noi sopravvalutiamo quello che possiamo fare in un giorno e sottovalutiamo quello che possiamo fare in un mese o in un anno!
Prova per un mese a guardarti attorno e a trovare opportunità e poi mi fai sapere …. io sono sicuro che troverai tante risposte 😉
In bocca al lupo per il tuo successo professionale che, sono sicuro, arriverà prima di quanto credi !
ciao
Ciao Luciano, io mi trovo in una situazione di questo tipo.
25 anni, odio sembrare tirchio o squattrinato ma per onestà di descrizione voglio essere preciso: non sto pagando la luce e la bolletta internet e probabilmente me la staccheranno presto.
Ho fatto lavoretti qui e li ma ho un sogno vivo in testa: FARE IL FORMATORE / SHOWMAN. nel senso che ho accumulato e organizzato una grossa mole di materiale che vorrei mostrare alla gente in una veste mia, unica e stimolarli a cambiare vita e rischiare.
Parenti, amici, società mi dicono di trovarmi un lavoretto per mantenermi ma io SENTO STA “”chiamata””.
Il problema è che vorrei sapere come poter iniziare a guadagnare qualcosa con le mie abilità. Mi piacerebbe lavorare da solo come se fossi un’azienda ma non ho un percorso da seguire.
Come posso trovare un modello da seguire ? Secondo una tua valutazione (che prenderò come valutazione e non come legge) è possibile bussando a tutte le porte, iniziare a guadagnare fin da subito anche una cifra di 50€ al giorno ? come puo fare chi ha un sogno ma non ha una mappa ? La fiducia si acquista strada facendo o si deve partire SPARATI ?
Sono convinto che hai compreo la parte del mio discorso che volevo trasmetterti. Un caro saluto e complimenti per questo fantastico spazio. Leggere sulla barra degli indirizzi PROFESSIONE formatore, mi piace un casino 😀
Amerigo
Ciao Amerigo,
se hai un sogno così entusiasmante, se addirittura senti una “chiamata”, non puoi fare a meno di seguirlo!
Non so se conosci la tecnica che Walt Disney utilizzare per realizzare le sue idee, per creare personaggi, storie e cartoni animati.
Per prima cosa si concentrava sul suo sogno e lo definiva in ogni dettaglio (nel tuo caso: “voglio fare il formatore/showman”: dove lo faresti, a chi ti rivolgeresti, che cosa vorresti comunicare e perchè). POi passava nella fase realistica: come lo posso realizzare, quali azioni devo fare, chi mi può aiutare (questo ti serve per disegnare un piano di azione, non deve essere perfetto, ma è sicuramente una prima mappa che poi andrai a modificare mano mano che procedi).
Infine c’è la fase “critica”: in cui ti chiedi che cosa potrebbe non funzionare e come porci rimedio.
Quanta fiducia serve per iniziare? quella che ti basta per fare il primo passo, la prima azione concreta! bisogna essere pronti a confrontarsi con la realtà, anche a prendere delle sonore cantonate, ma la cosa essenziale è imparare da quello che ci succede, cambiare la strategia e andare avanti.
Amerigo, inizia con il primo passo, fai un piccolo evento gratuito o a 5 euro….già se verranno solo 10 persone avrai guadagnato 50 euro, ma soprattutto ti sarai messo alla prova ed avrai iniziato a concretizzare il tuo sogno!
in bocca al lupo!
Mariangela
Sandra, concordo con quanto detto da Luciano!
Capisco bene che per come vedi la tua realtà adesso, per quello che è il tuo scenario di riferimento, probabilmente non ci sono alternative percorribili ma…….cosa succederebbe se iniziassi a comportarti come se un’alternativa ci fosse da qualche parte, magari al di là dell’orizzonte conosciuto?
In che direzione ti muoveresti per cercare? a chi ti rivolgeresti? che cosa faresti?
Come dice Luciano, guardati intorno per un mese, ma da una prospettiva nuova, come se l’alternativa ci fosse veramente da qualche parte: ti sta aspettando, devi andarla a trovare!
in bocca al lupo!
Mariangela
Mi sembra un questionario fatto davvero molto bene il quale genera nella mente di molte persone le quali hanno davvero le idee professionalmente confuse una serie di riflessioni importani per un proseguimento della propria carriera lavorativa
Caro Luciano,
il tuo post mi ha aperto ad una serie di considerazioni che, da oltre 3 anni (ovvero da quando ricopro questo ruolo in questa azienda) effettuo più o meno consapevolmente ogni giorno ma a cui non avevo mai dato una struttura così precisa e “scioccante”, perché tanti “no” tutti ammassati infelicemente insieme hanno un certo impatto.
Purtroppo ho totalizzato 9 “no” su 10, con la sola eccezione della domanda relativa allo stipendio, ma con l’aggiunta di un commento credo eloquente, ovvero che nessun compenso è a mio avviso accettabile per trascorrere 10/12 ore lontano dalla propria famiglia, dalla propria unica figlia di 21 mesi a non fare nulla, a non apprendere nulla, a cercare di crescere in un’azienda dove (per una serie di incomprensioni, relazioni mal gestite, un ambiente dai valori che non condivido e un capo che non ha interesse nel farmi crescere ma convenienza ad avere una persona qualificata a farle neppure da assistente ma da segretaria) non crescerò mai, in sostanza, a sprecare il tempo e ad assistere alla mia già bassa autostima precipitare a livelli talmente bassi da dovermi convincere contortamente che il mio problema non esiste, e che, non potendolo cambiare, preferisco non vederlo. La verità è che non riesco a non vederlo, neppure se cerco di chiudere gli occhi per il bene di mia figlia e per la pace in casa.
Quando dico che durante la mia giornata di lavoro non faccio nulla, non esagero, non è un caso, infatti, se oggi, in pieno orario di ufficio, io stia scrivendo queste righe e non stia lavorando, se stia cercando conforto o illuminazione nella rete anziché cercare di migliorare la mia situazione di lavoro in questa azienda, di ampliare le mie conoscenze o di rendermi maggiormente utile. Non sono più motivata e sono stanca di scavare buche e riempirle, stanca di chiedere un maggior coinvolgimento e maggiori responsabilità. Se l’ozio quotidiano credo sarebbe un dramma per chiunque, lo è in particolar modo per una persona che, come me, ante-maternità e ante-matrimonio era tutta lavoro e felice di avere una giornata piena di impegni, pensieri e idee legate alla “professione”. Non mi riconosco più e virgoletto la parola “professione” perché sento, so di non avere più una “professione”, di aver interrotto accettando questo lavoro, un percorso che mi iniziava ad appassionare, nel quale sono capitata per vie traverse ma che mi stimolava quotidianamente. Un percorso appena assaggiato (6 anni di esperienza della realizzazione di campagne marketing e comunicazione per due diverse aziende) e interrotto. Nel mentre il matrimonio, la nascita di una bimba, tanti cambiamenti che, soprattutto in una donna, in Italia, con i tempi, gli umori correnti, non sono una passeggiata. Perché mi trovo a fare un lavoro così lontano da quanto fatto prima? Perché ho avuto la naiveté di accettarlo sulla base di premesse poco chiare e che, per paura, per umiltà mia, per insicurezza, non ho mai spinto affinché si chiarissero con grinta e con tempi determinati. Nel mentre i rapporti si sono deteriorati, l’azienda (sentitasi tradita a mio avviso anche dalla mia maternità – di cui non ho mai “approfittato” – che brutto pensiero…ma sono pensieri che si è portati a fare) non fa altro che attendere che io me ne vada e io, giorno dopo giorno, cerco ancora di fare tabula rasa del giorno precedente, di tutti i dispiaceri e dei piccoli “lutti” che ha generato in me e mi faccio forza per recarmi a lavoro, censurare ogni giorno i miei sentimenti, la rabbia, la delusione, la paura e procedo per portare a casa lo stipendio.
Passione che mi aiuti ad andare “verso” qualcos’altro? Forza positiva che mi salvi dal remare solo “contro” e dall’alimentare solo energia per portarmi “via”? Le vedo appena e, appena le vedo e le sento vicine, incasso fallimenti e giù con il morale e su con valutazioni negative che mi fanno giungere alla conclusione secondo cui, se sono qui, è solo perché altre qualità e capacità non ne ho. Sono tre anni (perché ho capito prestissimo, dopo un paio di mesi che questa azienda e questo ruolo non facesse per me) che cerco alternative, sia di qualità (per reinserirmi nel mare magnum della comunicazione), sia per cercare di attivare
collaborazioni che mi possano stimolare ad ampliare le mie conoscenze e i miei skill ormai arrugginiti dal non dover far nulla di qualificante. La mia domanda è questa: posto che sia chiaro che per me è giunto (da mooolto tempo) il momento di cambiare lavoro, come posso realisticamente illudermi (perché io credo che mi illuderei, non perché credo che l’illusione valga per tutti) di potermi permettere di non accontentarmi e basta se da tre anni l’azienda in cui lavoro non punta su di me, se mi lascia marcire a fare la segretaria mentre il resto dell’azienda si affanna a sviluppare nuovi progetti e se da tre anni il mio curriculum non viene valutato da alcuna azienda interessante? E aggiungo, dove trovare gli stimoli per rimettersi in carreggiata se nessuno mi gratifica, nessuno sembra interessato in me. Premessa in chiusura: sono molto dipendente dalle conferme esterne, ma non credo di avere tutti i torti se queste riguardano il lavoro, o sto sbagliando tutto?
Grazie dell’attenzione.
Matilde
p.s. faccio la segretaria ina una casa editrice. Tanto è la mia “vergogna” (non sono simpatica, lo so) che la relego in uno snobbissimo post scriptum.
Matilde
Scusami ma solo oggi mi sono accorto che c’era il tuo commento
solitamente rispondo in massimo 2 giorni … non so perché ma questo mi era proprio sfuggito.
Innanzitutto voglio ringraziarti per il tuo contributo che penso possa ispirare tanti lettori di ProfessioneFormatore.it.
La condizione che descrivi è davvero comune in questo periodo storico che stiamo vivendo.
Anche io come te in passato mi sono ritrovato in una condizione come quella che descrivi ed ho provato non poca frustrazione nel fare un lavoro che non mi piaceva e nel quale mi sentivo sottovalutato.
Oggi faccio un lavoro che mi piace, vivo di quello che mi appassiona: sono un Formatore, e un internet marketer.
Questo mi permette di essere utile a tante persone e mi da la forza di alzarmi dal letto tutte le mattine con sempre maggior entusiasmo. Come ho fatto a cambiare la mia vita? Mi sono INVENTATO letteralmente il mio LAVORO.
Da tanto tempo ho abbandonato l’idea che esista “li fuori da qualche parte” un lavoro perfetto, un lavoro in cui sentirsi realizzati apprezzati e allo stesso tempo che ci dia la possibilità guadagnare dignitosamente. A meno che TU non te lo INVENTI! Il lavoro perfetto lo puoi creare solo tu!
L’unico modo che conosco per conciliare esigenze di Guadagno, REALIZZAZIONE PERSONALE e CREATIVITA’ è quello di mettersi in proprio.
In questi ultimi tempi un grande aiuto a realizzare la vita dei miei sogni mi è stato fornito dall’apprendere il marketing su internet.
Grazie ad Internet anche tu come me potresti Vivere delle tue passioni. Puoi trasformare le tue passioni in una attività redditizia on line in modo semplice e veloce. Io ho imparato da Italo Cillo.
Ti condivido con affetto il link alla principale scuola italiana di internet marketing per imparare a costruire un Business con le tue passioni On line
Cerchia Ristretta